50 anni di “Jesus Christ Superstar”: dall’album al film

Un'orchestra sinfonica composta da 85 persone, chitarre elettriche e Ian Gillan dei Deep Purple nella parte di Gesù. Jesus Christ Superstar, principe dei musical, all'inizio era "solo" un album.

Immancabile nel palinsesto pasquale, ancora oggi attuale e commovente, con quelle urla di Giuda che cantano il dramma della morte di Cristo senza rinnegare nulla. Jesus Christ Superstar è forse uno dei musical più celebri della storia del cinema.

Non tutti sanno che, prima della sua trasposizione sugli schermi nel 1973, Jesus Christ Superstar uscì come doppio album, esattamente cinquant'anni fa. L'idea dell'opera rock che avrebbe dovuto raccontare la passione di Cristo in modo laico, umano e provocatorio, sarebbe nata, a quanto si racconta, sulla costa di Ventimiglia.

Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, futuri autori di musical di successo come Cats, Evita, Il fantasma dell'opera, avevano allora poco più di vent'anni, ma erano già fucine di grandi idee. Perché non raccontare la vita e, in particolare, la passione di Gesù, colonna portante non solo del Cristianesimo, ma dell'intera cultura occidentale, partendo dal punto di vista di Giuda, il discepolo traditore?

Radunarono così un'orchestra sinfonica di 85 persone, 6 musicisti rock e 3 cori. La parte di Gesù venne affidata al cantante dei Deep Purple, Ian Gillan, quella di Giuda a Murray Head. La dolcissima Yvonne Elliman vestì invece i panni di Maria Maddalena, mentre l’attore Barry Dennen quelli di Pilato e John Gustafson quelli di Simone il Cananeo.

Una volta lanciato il disco, i loro creatori si accorsero che un progetto del genere avrebbe potuto funzionare anche come opera rock a teatro. Fu il produttore Roger Stigwood a investire nell'impresa. Decise di mettere in piedi il musical e poi finanziò il film, affidando la regia a Norman Jewison. Nel cast Ted Neeley (Gesù), Carl Anderson (Giuda, di colore), Yvonne Elliman e Barry Dennen, che già avevano dato la voce a Maria Maddalena e a Ponzio Pilato nel vinile del 1970.

La pellicola venne girata in Israele e in altre zone del Medio Oriente. L'azione si svolge sostanzialmente nel deserto, tranne per la scena dell'Ultima Cena, di memoria leonardesca, che si tiene in un prato. La produzione pagò infatti un abitante del luogo, un anno prima delle riprese, perché coltivasse quel pezzo di terra in modo da rendere verde una zona circondata dal deserto.

Inoltre, il regista Norman Jewison chiese un permesso speciale al governo israeliano per far passare due piccoli caccia da addestramento sopra la zona delle riprese: ebbe a propria disposizione un solo ciak, che utilizzò per la scena del tradimento di Giuda. L'esercito israeliano, inoltre, che in quegli anni era sempre in allarme per le probabili guerre contro i paesi arabi limitrofi, per un'altra scena con Giuda fornì cinque carri armati.

Il tutto per un film che, quando uscì, sconvolse il mondo, credente e non credente. Quel Gesù troppo umano, sofferente, affascinato da Maria Maddalena, fu giudicato scandaloso, così come il disco, pubblicato solo tre anni prima, che la BBC considerò blasfemo perché osava combinare la liturgia cristiana con le atmosfere hippie.

Eppure, quella storia di dolore così concreta ebbe un grande successo, prima in vinile, con 7 milioni di copie vendute, e poi sul grande schermo, con Ted Neeley e Carl Anderson candidati addirittura al Golden Globe nel 1974.

E il Vaticano? Nel 1974 il film arrivò in Italia approvato dalla CEI, che esaltò "la figura umana e fortemente contrastata del Cristo", pur raccomandando agli spettatori una visione consapevole e avveduta. Secondo quanto riferito dallo stesso Ted Neeley – che oggi ha 76 anni ma torna spesso in scena nei teatri – il film fu addirittura presentato a Papa Paolo VI con una proiezione privata, al termine della quale il pontefice si definì piacevolmente colpito.

La forza dell’opera di Lloyd Webber e Tim Rice sta proprio lì: nell'aver trattato Cristo più come uomo che come Dio, seguendo in realtà alla lettera quanto scrive San Paolo: "Prendete Gesù e portatelo via dalle vetrate istoriate".

Gesù appare timoroso di compiere la propria missione, come emerge dalla canzone I only Want to Say - Gethsemane, forse la più straziante dell'opera. Un Cristo che sa di dover morire e di dover compiere quanto deve per la salvezza dell'uomo, ma non rinuncia a un'ultima preghiera, più comprensibile che mai. La stessa preghiera del Vangelo di Luca "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà".

I only want to say
If there is a way
Take this cup away from me
For I don't want to taste its poison
Feel it burn me
I have changed.

L’opera dunque, letta dal punto di vista di Rice e Lloyd Webber, non vuole ora né volle all'epoca prendere posizione rispetto alle Sacre Scritture, ma forse ci consente di leggerle non come qualcosa di distante, ma come qualcosa che ci appartiene, qualcosa di più vicino a noi.

Emblematica è, a questo proposito, la scena finale del film. Gesù viene crocifisso e, pronunciate le sue ultime parole, china la testa e spira. Il cast del film, che ha dunque completato la propria performance, fa le valigie e sale sul pullmino hippie. Ciascuno degli attori getta il suo ultimo sguardo al Cristo crocifisso, soprattutto gli interpreti di Pilato e Maria Maddalena.

L'ultimo a salire è Giuda, che fatica a distogliere lo sguardo dalla croce. Alla fine, il motore del pullman si accende e il pullman parte. A mancare all'appello dei passeggeri è l'attore che ha interpretato Cristo, la cui croce si staglia all'orizzonte. Come a dire che, nella finzione costruita da Jewison, qualcosa di vero c’è: Cristo in croce, che guarda gli spettatori al tramonto.

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