ROUGH AND ROWDY WAYS: Bob Dylan e il senso del Tempo

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ROUGH AND ROWDY WAYS è il nuovo album di Bob Dylan. Ma è anche di più: è il commento a chiusura di un'epoca, di un sogno.

A cura di Riccardo De Stefano.

Il 22 novembre 1963, mentre attraversava Dallas, salutando le persone, il presidente Kennedy venne assassinato con un colpo di fucile. Un presidente molto controverso, impegnato nella lotta contro il comunismo. Suo fu il tentativo di ribaltare il neonato regime di Castro a Cuba, sua la famosa crisi missilistica di Cuba, uno dei momenti più tesi della Guerra Fredda.

Negli stessi mesi, un giovane ragazzo a New York si stava facendo strada cantando proprio di quei momenti difficili. Con i due album, THE FREEWHEELIN' BOB DYLAN e THE TIMES THEY ARE A-CHANGIN', Bob Dylan cambiava per sempre il ruolo del cantautore, insegnando al mondo che si potevano usare le canzoni per dire qualcosa di diverso, di più profondo.

Bob Dylan iniziava allora il suo percorso musicale, quel percorso che l’avrebbe portato, 50 anni dopo, a ricevere una medaglia all’onore da un altro presidente, Barack Obama, e solo poco più tardi il Premio Nobel. Oggi, l'artista regala la sua ultima opera, il suo trentanovesimo disco in studio.

Uscito alla fine del lockdown, ROUGH AND ROWDY WAYS non è solo un ennesimo disco di Dylan, ma una sorpresa per fan e critici. In pieno lockdown, mentre gli States vengono bruciati dall'interno dall'emergenza Coronavirus e dalle rivolte seguite alla morte di George Floyd, torna il profeta e poeta.

ROUGH AND ROWDY WAYS è più di tutto questo: Dylan non ha più voglia di forzare la mano, vuole solo essere se stesso. La band è ormai solida e sa cosa vuol dire. Le canzoni sono pura tradizione: fumose ballad dal sapore country o blues trascinati più vicini agli anni 50, quando Bob Dylan era ancora Robert Zimmermann.

Dylan canta con un'espressività unica, con la voce che ha caratterizzato la sua carriera, ancora più profonda e ruvida. Questo nuovo lavoro è forse il più personale, è un disco dove fortissima è la presenza della morte. Tuttavia, Dylan non si lascia prendere la mano, ma tratta l'argomento come se fosse una nota a margine. La morte per Dylan è qualcosa che c'è, esiste, ma il discorso viene astratto. Partendo dalla propria mortalità, il cantautore prova a dare una sfumatura più ampia. In un'intervista afferma:

Penso alla morte della razza umana. Il lungo e strano viaggio della scimmia nuda. Non per essere leggero a riguardo, ma la vita di tutti noi è così passeggera. Ogni essere umano, non importa quanto forte o potente, è fragile davanti alla morte. Io ci penso in termini generali.

Il saluto finale viene da Murder Most Foul, dalle dimensioni bibliche, con i suoi quasi 18 minuti di durata. Dylan torna alle origini, parlando di quel presidente che, proprio quando era ragazzo, rappresentava tutto il bene e tutto il male di un paese ricco di contraddizioni. Poi, l'omicidio di Dallas e la grande domanda: "dov'eri tu quando Kennedy fu ucciso?"

Murder Most Foul è l’epopea di una generazione scomparsa, di quel sogno americano soffocato con un ginocchio sul collo. È un racconto che ha i nomi e volti della musica dei grandi del rock, del pop, del blues. C'è la tradizione inglese, quella americana.

Dylan attraversa decenni e luoghi e mette insieme metafore, esplora con la sua fantasia quel sentiero percorso da tanti, unendo amore e morte, fiero della sua strada eppure grato e umile. L'ultima canzone sembra lanciare un ultimo appello a noi, alla Musa, alla storia: "fai in modo che questi capolavori possano sopravvivere a questo mondo crudele".

L'articolo qui sopra è tratto da una videorecensione, a cura dello stesso Francesco De Stefano, che potete guardare qua:

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