La magia dei Grateful Dead tra le piramidi egizie

giza

Dal 14 al 16 settembre, il gruppo psichedelico travelling rock statunitense coronò il suo sogno esotico con un epocale live in tre date nella Valle delle Piramidi. 

Era il 1973 quando il cantante e pianista dal tocco blues Ron McKernan, detto Pigpen, fu costretto a lasciare i suoi Grateful Dead. Una cirrosi epatica spezzò la sua giovane vita, lasciando come ultima sua testimonianza in studio l'album BLUES FOR ALLAH. Le sue tinte dai colori esotici e arabeggianti furono la prima ispirazione del gruppo per un live in Egitto. Una terra lontana, tanto apprezzata dalla rock band nomade da farne motivo di ispirazione per un live indimenticabile. E così avvenne, alla guida del manager Alan Trist e del bassista Phil Lesh, mandati in avanscoperta per concludere le trattative. 

E non fu troppo difficile convincere l'Ambasciata, i diplomatici e il Ministero della Cultura Egiziana. Davanti a loro c'era un gruppo di calibro internazionale, desideroso di raccontarsi in un'atmosfera ricca di storia, arte e cultura, con al seguito una carovana di seguaci hippie e deadheads e dal poetico spirito on the roadLa combinazione perfetta per celebrare una civiltà nella sua componente più primitiva e antica.

E così avvenne con l'album ROCKING THE CRADLE: EGYPT 1978

Nel settembre 1978 i Grateful Dead erano in Egitto, più precisamente al Ligth and Sound Theatre nella piana di Giza. Ad ascoltarli, una folla di ammiratori pronti a esperire un'esperienza mistica ed estatica. La loro eccitazione era febbrile, al contrario di quella dei beduini del deserto. Secondo le leggende, questi rimasero a tal punto sorpresi e spaventati dalla messa in scena, da pensare fosse la manifestazione di qualche divinità.

Tra gli hippie, invece, Ken Kesey (Autore di Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo e frontman dei Merry Pranksters) scalò la piramide di Cheope con un gruppo al seguito per porvi in cima la bandiera con il simbolo della band. 

Un inno romantico a un'esperienza trainante e immersiva, dove la location fece la sua sporca figura. Soprattutto l'ultima sera, quando un'eclissi lunare oscurò l'intera esibizione. Ma non solo, perché la forza performativa della band esplose nella sua capacità acustica, implementata dalla presenza di 25 amplificatori. Così la band voleva che il suono, governato da un aura ancestrale, si diramasse atrraverso un complesso sistema di cavi nella Camera del Faraone, fino a occupare tutta la Piramide. Solo così poteva affermarsi in una voce titanica, eco di un grande passato. 

Ogni aspetto del concerto fu minuziosamente studiato per impreziosire l'ambiente che lo ospitava. Così i Grateful Dead annunciarono il loro amore per l'Egitto e ci rimasero ancora una settimana dopo il live. 

Come musicisti, dediti principalmente allattività concertistica, questo è per noi un tema di grande interesse. Siamo sicuri che non esista al mondo un posto con unispirazione più grande di quella che possono dare le piramidi.

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