Luigi Tenco e la storia di “Ciao Amore Ciao”

Luigi Tenco fu un cantautore brillante e tenebroso, legato eternamente a una simbolica canzone: Ciao amore ciao. Volete conoscere la sua storia?

Tutti ricordano quella fatidica notte a Sanremo nel 1967. Ricordano Dalida, una giovane ed estroversa cantante che portò sul palco un pezzo leggendario, insieme al suo autore Luigi Tenco. Cantarono in due momenti separati, come si soleva all'epoca, ma l'opera venne eliminata alla prima serata. Quel brano si intitola Ciao Amore Ciao ed è il frutto della penna di un artista ventinovenne che vedeva in quell'occasione una proiezione musicale eterna. E così sarebbe stato, perché nessuno può dimenticare una storia velata da sofferenza, fragilità, mistero e anche un profondo significato, che gli amatori del cantante hanno cercato di scalfire nel tempo. 

Quando si pensa a questo brano, il primo ricordo va al suicidio dell'autore e all'immagine di amica e amante di Dalida. La loro fu una storia d'amore controversa, molti vi vedevano solo un espediente commerciale, altri riconoscevano il sincero affetto della ragazza. Sembrava che i due dovessero sposarsi dopo il Festival, ma a sovvertire quest'immagine idilliaca si inserirono delle lettere d'amore di Tenco destinate a un'altra donna, Valeria, e la parola della madre del cantante, che dipingeva Dalida solo come una buona amica

Sicuramente Dalida rivestì un ruolo importante nella storia della canzone, ma questa nasconde un significato molto più complesso. 

Ciao Amore Ciao è l'esito di un percorso travagliato di scrittura e riscrittura, impronta di un idealista crepuscolare che si è scontrato, proprio in quell'occasione, con la tanto temuta mercificazione dell'arte. E, nonostante il brano si appelli nel titolo al sempinterno sentimento amoroso, tuttavia non parla d'amore. 

Originariamente infatti il titolo era Li vidi tornare e tratteggia il ritratto di un bambino che, da una collina, vede partire i valorosi soldati, di cui però tornano solamente i cadaveri. E già in quel testo c'è una forte componente politica e culturale che si rivolge a un'Italia sfregiata dal secondo conflitto mondiale e riemersa nel boom economico degli anni Sessanta

Ma i Sixties sono anche l'epoca della contestazione giovanile, della fervente necessità di dire qualcosa a una società che sta abbracciando i propri compromessi. E mentre i ragazzi gridano a gran voce l'ingiustizia della Guerra in Vietnam, Tenco pensa alla sua Italia, una terra ancora dilaniata da processi di emigrazione interna, separata da ricchezza e povertà. Lui vuole parlare di tutto ciò e per questo la versione definitiva del brano incornicia la storia di un contadino che parte per la città.

Da un lato quello che si lascia indietro, testimone di un'antichità rurale, dall'altro un futuro sconosciuto, che incontra il progresso. 

Tutto questo vive all'interno di una trasformazione culturale che non si può ignorare, rappresentata da quei versi della canzone: "saltare cent'anni in un giorno solo, dai carri dei campi, agli aerei nel cielo".

Tenco voleva porsi come un esempio per la generazione a cui si rivolgeva, a cui raccontava una storia nazionale. Il pezzo trovò gloria solo anni più avanti, imponendosi come un atto di memoria storica e poetica

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