Quell’ultima notte dei Led Zeppelin

Film concerto "Celebration Day" dei Led Zeppelin
Film concerto “Celebration Day” dei Led Zeppelin

Il 10 dicembre 2007 i Led Zeppelin tornarono sul palco per l'ultima volta, all'O2 Arena di Londra: una reunion attesissima nella storia del rock.

Attesa dai fan, ma anche da loro, i sopravvissuti: il cantante Robert Plant, il chitarrista Jimmy Page e il bassista John Paul Jones. Dalla morte di John Bonham, seguita dalla rottura della band, erano passati quasi trent'anni. Poi, l'idea nata misteriosamente di omaggiare Ahmet Ertegun, cofondatore della Atlantic Records e mentore del gruppo. Intervistati, nessuno dei tre sembrava ricordare da dove fosse scaturito il pensiero di tornare sul palco.

Jason Bonham, 41 anni e ai tempi batterista dei Foreigner, arrivò tra le tre leggende in punta di piedi, sapendo di essere stato chiamato a occupare il posto di un altro (sì, anche se l'altro era suo padre John). Ma bastò provare No Quarter perché tutti si guardassero, capendo che Jason era stata la scelta giusta. E che i Led Zeppelin erano tornati.

Lo show avrebbe ospitato altri artisti legati a Ertegun, come Pete Townshend, i Foreigner, Byll Wyman e Paolo Nutini. Ma ovviamente fu la reunion dei Led Zeppelin a far impazzire i fan: a richiedere un biglietto furono in 20 milioni, quando i biglietti disponibili erano 18 mila (un vero e proprio record mondiale). Non era la prima reunion degli Zeppelin, ma nessuna era andata come sperato: Robert Plant aveva chiamato “un’atrocità” la loro prima reunion al Live Aid nel 1985, senza parlare del 40esimo anniversario dell’Atlantic, nel 1988. Motivi in più per cambiare le carte in tavola con quell’ultimo show.

Uno show che iniziò stupendo tutti: luci bianche a illuminare sempre il palco, niente piedistallo per Robert Plant, niente proiettore su Jimmy Page durante i suoi solo. Un messaggio molto chiaro: altro che showbusiness, i Led Zeppelin erano lì per fare musica, punto. Dopo Good Times, Bad Times, lo show proseguì pieno di sorprese: Ramble On venne eseguita per la prima volta live; Black Dog In My Time of Dying, seguirono conquistando la folla, e iniziando a movimentare il palco (Trampled Under Foot è accompagnata dai balli di alcune top model).

La sera continuò tra Nobody’s Fault but Mine, No Quarter, Dazed and Confused. Gli schermi alle loro spalle trasmettevano immagini sempre più psichedeliche, fino ad arrivare a Stairway to Heaven, che risuonò nella notte con una potenza inaudita: l’assolo votato come il migliore di tutti i tempi si distaccava dall’originale, ritornava correndo sulle sue note, si liberava dalla tradizione e la rispettava al tempo stesso. Creando qualcosa di grandioso.

L’emozione colpì tutti, tra il pubblico non pochi erano in lacrime. Grati anche di non aver visto un gruppo uguale a come lo avevano lasciato. Jason Bonham non si limitò a copiare il padre, pur custodendo ogni pezzo come non suo, il batterista riuscì ad aggiungere qualcosa di unico. Lasciando il palco, si grattò la testa, in preda all’emozione, come uno che non poteva credere a quello che aveva appena vissuto.

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