5 curiosità da conoscere su LET IT BE dei Beatles

C'è chi si dice addio con un bacio, chi con un abbraccio, chi ancora con una signorile stretta di mano. E poi ci sono i Beatles, il cui congedo definitivo si accompagna a un album tanto bello quanto travagliato, registrato nel 1969 e vivisezionato da noi in 5 curiosità da scoprire!

 

Paul e John divisi tra sacro e profano 

Il lascito ereditario della title track è enorme se comparato alla semplicità della composizione. Ma è proprio questa la sua bellezza, legata anche a un peculiare retroscena che coinvolge Paul McCartney. Sembra infatti che il frontman abbia ricevuto in sogno la visita della madre Mary, morta quando lui aveva solo 14 anni. Lei gli avrebbe consigliato, dato gli screzi professionali del gruppo in quel periodo, di lasciare correre, come recita il titolo. Tuttavia, l'aura liturgica e sacrale che Paul dona al brano dopo quell'apparizione onirica, non piace a John. Tanto che Lennon non solo considera la canzone uno sfregio dell'album, ma la colloca in posizione centrale sulla scaletta, seguita da Maggie Mae, dedicata a una prostituta di Liverpool. Insomma il canto degli angeli di Paul ha trovato una destinazione non troppo paradisiaca, ma sicuramente leggendaria.

Giù le mani, Phil!

In fase di registrazione, l'atmosfera interna era costantemente burrascosa. Dalle controversie Lennon/McCartney sulla corona di leader, all'insoddisfazione di George Harrison, ignorato creativamente dai compagni, fino alla mediazione del placido Ringo Starr, che non sapeva più dove girarsi. E quel clima febbrile e scostante portò a una composizione finale, quella del 1969, scarna e asciutta. Così, poco dopo lo scioglimento della band, nel 1970, il produttore Phil Spector mise mano ai nastri di prova con sovraincisioni orchestrali e corali.

Fu lo stesso Lennon a contattarlo mesi dopo la prima registrazione, per fargli sistemare alcune tracce. E se tutti accettarono gli  interventi su Let It Be, Paul non poté perdonare a Spector l'aggiunta degli archi, dei fiati e di cori femminili minori sulla sua The Long And Winding Road. Una posizione che per lungo tempo rimase controversa, dato che sembra che Paul avesse accettato le modifiche in un primo momento. Tuttavia anche l'ingegnere del suono Glyn Johns ha sempre ritenuto i ritocchi di Spector troppo zuccherosi, tanto da poter essere, letteralmente, vomitati sull'album. 

L'impertinente George

Ricordando il clima rocambolesco in studio, non possiamo dimenticare un'irriverente polemica firmata Harrison. Per lui le sessioni di registrazione erano sempre più pesanti, sopratutto poiché le sue osservazioni e le sue note stilistiche rimanevano perennemente inascoltate. Ed era tempo per il musicista di far sentire la propria voce, davanti a un Paul marmoreo e sempre pronto a battibeccare. Così un giorno George lasciò lo studio e scrisse Wah-Wah, un brano il cui titolo richiama l'espressione gergale usata per indicare un forte mal di testa. Questa stava per essere inserita nella tracklist dell'album, ma forse a McCartney non andava molto a genio l'idea. Per questo il pezzo troverà la luce più adatta nel primo album solista di Harrison, ALL THINGS MUST PASS (1970), dove l'artista, già dal titolo, dichiara di essersi gettato alle spalle i vecchi rancori. E per premiarsi, lascia accompagnare il suo brano irrisorio dalla chitarra del leggendario Eric Clapton

Dovremmo farci un live album 

In origine, il destino di LET IT BE era quello di essere performato in uno spazio incisivo da un punto di vista estetico e registrato come live album. Mentre John pensava al Colosseo, Paul immaginava una barca in mezzo al mare e, tra funambolismi architettonici, si arrivò a parlare anche del deserto tunisino. Ma alla fine il disco riafforò tra le pareti degli studi Twickenham e Savile Row, dove però venne registrato in presa diretta, come se si trattasse di un vero concerto. In questo modo i Beatles volevano tornare alle radici primordiali del puro sapore rock 'n roll, abbandonando quindi il perfezionismo tecnico e la rifinitura certosina.

Di conseguenza anche l'album doveva riflettere tale spirito con il titolo GET BACK. Tuttavia, l'idilliaco progetto dei Fab Four si scontrò con le discrasie interne e la genesi fu talmente lunga che uscì prima ABBEY ROAD, da alcuni ritenuto il vero ultimo album beatlesiano. 

Un documentario da lieto fine 

Alla fine, però, l'abum fu accompagnato dall'agognato concerto finale che desiderava tanto Paul, contro il rifiuto iniziale degli altri membri della band. Così, il 30 gennaio 1969, i Beatles tennero il loro addio performativo nel celebre concerto sul tetto della Apple Corps di Savile Row. Un evento improvvisato, coadiuvato dalla presenza del tastierista Billy Preston e trasformato in un film dietro la regia di Michael Lindsay-Hogg, già creatore del videoclip di Hey JudeQuesto riprese anche le chicche da backstage prima della performance, che sottolineavano l'atmosfera cupa e litigiosa all'interno della band.

Uno scrigno di materiale prezioso che l'iconico regista Peter Jackson ha recentemente preso in mano, con la collaborazione di Paul, Yoko Ono, Ringo e Olivia Harris. L'obiettivo è quello di dar luce a un nuovo e visionario documentario, non a caso intitolato Get Back. Guarda qua un'anteprima.

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