I Genesis attraverso le recensioni storiche (pt. 3)

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Nella prima tappa di questo viaggio abbiamo ripercorso FROM GENESIS TO REVELATION, TRESPASS e NURSERY CRYME; poi è stata la volta di FOXTROT e SELLING ENGLAND BY THE POUND. E adesso?

 

THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY

Da «Ciao 2001», 29 dicembre 1974, testo di Enzo Caffarelli

L’appuntamento era decisivo, dopo le polemiche e la sfiducia da molte parti manifestata all’indirizzo dei migliori gruppi del pop romantico inglese. Il tempo dovrà assestare e smussare i giudizi a caldo; la stampa inglese si è già divisa, e «Melody Maker» lo ha definito un “elefante bianco”. Questo doppio album — 23 titoli, migliaia di parole di testo, quattro mesi di assiduo lavoro, ambizioni non celate — mi sembra davvero una delle cose migliori del gruppo e del panorama europeo del momento. La favola nasce e cresce nella mente di Peter Gabriel, prende forma nella grande pittura sonora animata, un libro surrealista in vinilite che avrebbe bisogno di un sostanzioso complemento visivo e, invece dove sono finite le copertine di Paul Whitehead?

Un’autentica rock opera comunque, non programmata come tale forse perché — come lo stesso Gabriel ebbe a lamentarsi — nel quintetto c’è un solo cantante. La grafia è tenera e violenta, qualche volta anche magniloquente e barocca, ma mai stantia, squisita nel suo alternarsi di stupefatte atmosfere e improvvisi trasalimenti, di canti ora sussurrati ora spiegati, e nel suo tratto, che rammenta NURSERY CRYME (anche se le maggiori analogie sono per Supper’s Ready, Dancing with the Moontlit Knight o The Battle of Epping Forest); profonda nei significati, duttile e divertente nelle sue allegorie, nei doppi sensi, nei giochi di parole.

Non bastano i lunghi commenti all’interno della confezione in doppia lingua, con quattro buste per i due microsolchi, per rendere al cento per cento l’originale, e lo stesso traduttore è il primo ad avvedersene. Come non bastano queste righe per riassumere, sia pure concettualmente, il senso dell’agnello di Broadway. Peter vi ha messo dentro tutte le suggestioni delle sue letture mitologiche, dall’antica Grecia alla commedia dantesca, ha plasmato personaggi straniati, quasi guidati da una cieca predestinazione, automi incapaci di sentimenti se non estremamente stilizzati, col presentimento fin dall’alba magica per le strade di Manhattan di una vicenda angosciata e tesa, fatta di scatti e frammenti, con echi di violenza in un clima grottesco che non lascia margine a sentimenti come la malinconia e il ripensamento: lo stesso canto non è configurato con ampie frasi melodiche, ma è animato dallo spirito ritmico della danza, e perciò frastagliato, seccamente scandito, spesso dialogato. Nessuno tranne Rael assurge a più di semplice comparsa indistinta nella folla.

L’agnello è solo un simbolo (lo stesso Gabriel?); il protagonista, un ragazzo portoricano che vive a New York dove cerca di afferrare la propria identità scrivendo sui muri dell’underground il suo nome con uno spray di aerosol (scherzo del caso o potere di scuderia nell’immagine tipica dei Van der Graaf?), finisce in una sorta di odissea nel ventre della terra, fino alla comparsa della contaminante presenza di IT. I personaggi legati come marionette mi hanno ricordato, in una prospettiva più varia e articolata e di meno facile decifrazione, l’Alice di Lewis Carroll — il simbolo della Charisma col suo cappellaio matto — e soprattutto l’altra grande favola del pop inglese, la corte del re cremisi. Ascoltate La Melodia di Broadway 1974, dove il buffone giallo, il pifferaio viola e il giocoliere campione hanno nome e volti, anche se nei Genesis i ruoli allusivi sono distribuiti imprecisamente, e gli stessi autori si compiacciono delle numerose interpretazioni che l’ascoltatore ha delle loro opere... oppure la gelida pantomima de La grande parata dell’impacchettamento senza vita, o ancora la carrellata di A carponi sul tappeto (e perché tanta insistenza nelle citazioni di rosso sangue, vermiglio, rosso ocra?).

Le figure sono frutto di una fantasia vivacissima: l’imbalsamatore pervertito, l’anestesista supernaturale, le Lamia donne-rettili, la stirpe degli Amorfi, personaggi dalla gestualità meccanica e congestionata. Ma al di là di certi reperti eruditi, ecco l’attualità: si veda il parallelo tra gli assassini di Giulio Cesare e di John Kennedy, la sterilizzazione degli organi riproduttivi, rappresentati mutevolmente nel più puro gusto ironico-surrealista, forse richiamo ai problemi dell’esplosione demografica... o ancora, in chiusura su IT, la parodia dei Rolling Stones (It’s Only Knock and Knowell, but I Like it!).

L’opera quasi tutta di Gabriel. I compagni gli sono stati vicini nel tradurre musicalmente il tutto, senza soluzioni troppo nuove (del resto già SELLING era stato un passo avanti), ma cercando impasti diversi, optando per melodie semplici ma poetiche, senza orpelli né banalità. Non ci sono sbavature, e questo è il pregio maggiore per chi si addentri in un’opera così ampia e pretenziosa. Si raccoglie un po’ di tutto delle precedenti esperienze — alcune composizioni hanno diversi anni — e lo si mescola con l’aiuto di John Burns e David Hutchins dietro la consolle: i quattro strumentisti, in tal senso, si sono mossi con attenzione e impegno. Un cenno particolare, semmai, a Tony Banks, sempre più duttile ed espressivo con la sua vasta gamma di tastiere.

A TRICK OF THE TAIL

Da «Ciao 2001», febbraio 1976, testo di Enzo Caffarelli

Molti piccoli animali, una volta decapitati possono ancora muoversi, correre e perfino riprodursi. Il nuovo album dei Genesis “acefali” era atteso con curiosità e anche con una buona dose di diffidenza, dato che la testa tagliata è quella di Peter Gabriel (cantante, mimo, scenografo, paroliere, showman tra i più completi e carismatici nella storia del rock inglese degli ultimi anni). E i Genesis hanno risposto con un mirabile esempio di rigenerazione, trovando in seno al proprio corpo la nuova voce, quella del batterista Phil Collins, già molto discussa per la straordinaria somiglianza con quella di Gabriel.

L’album non è un capolavoro, ma si colloca dignitosamente nella produzione del gruppo, e lo stesso Peter — hanno riferito le cronache — è stato il primo a complimentarsi e quasi a sorprendersi (citazione non senza una punta di ironia) per la buona riuscita degli ex compagni. A TRICK OF THE TAIL riporta indietro nel tempo: certe suggestive atmosfere sembrano ripescate negli acquerelli fantasiosi di TRESPASS o di NURSERY CRYME, quando Gabriel non era ancora divenuto il polo attrattivo del quintetto, e le esigenze spettacolari del rock non gli avevano ancora suggerito i mille costumi e travestimenti sulla scena, facendo di lui il grande “illusionista romantico” del pop europeo.

La sostanza di questo album è fondamentalmente la stessa di sempre: i quattro non hanno rinunciato ai testi, che sono lunghi e ricchi di immagini, ispirati, secondo costume, al gusto favolistico, leggendario e tradizionale che Michael Rutherford e Tony Banks hanno sempre condiviso con Gabriel. La delicata copertina dello studio Hipgnosis (opera di Colin Elgie; ndr), con i suoi figurini desunti da antiche stampe, ne completa l’immagine. E le musiche sono quelle che il pubblico italiano ama da molto tempo, con gli impasti timbrici curatissimi, e insieme una vena impressionista, un pastello, appena accennato, alternato a esplosioni cromatiche ricchissime.

Tony Banks è l’unico ad aver firmato tutti i pezzi: ovviamente la sua figura è in primissimo piano, ma anche Phil Collins, che — non dimentichiamo — è il più richiesto sessionman tra i percussionisti inglesi, sale al proscenio con un ruolo essenziale nell’economia del quartetto: ascoltatelo in Los Endos, episodio conclusivo dell’album, e anche l’unico strumentale. Neanche per il bassista Rutherford o per il chitarrista Steve Hackett, nel frattempo, autore di un eccellente album solo (VOYAGE OF THE ACOLYTE), erano necessarie conferme. L’assenza di Gabriel ha dunque riportato i Genesis a una dimensione meno ambiziosa e spettacolare: non ci sono concept, anche se l’ispirazione è a tratti unitaria. Soprattutto non ha creato drammi irreparabili. Certo l’album non è originalissimo: da TRESPASS a TRICK OF THE TAIL ci sono quasi sei anni di rock romantico. Ma dovesse essere l’ultimo Lp dei Genesis (i progetti solisti incalzano) sarà senza dubbio caduto in piedi.

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