Non solo Clapton: le tre Cocaine del rock e del blues

Eric Clapton, Crossroads Festival, Classic Rock, Stone Music,

Tutti conosciamo la celebre perla di Slowhand, forgiata dalla cover di J.J. Cale e simbolo eterno del rock. Ma tra gli anni Sessanta e Settanta, altri due cantautori scrissero brani legati all'infida polverina bianca. Ecco le loro storie.

Siamo nel 1977: Eric Clapton sta lavorando al suo quinto album in studio, SLOWHAND. Il titolo rievoca l'ironico soprannome affibbiatogli per la lentezza a sostuire le corde della chitarra e spande la sua anima blues tra nove tracce in scaletta. Ma tra tutti i brani, Cocaine spicca con l'inconfondibile tessitura rock. Questa chiama in causa l'originale autore della canzone, John Weldon - in arte J.J. Cale - che solo un anno prima aveva firmato con il distintivo Tulsa Sound la stessa canzone. 

Alla versione jazz, rockabilly e country di Cale, Clapton aggiunge quella abilità esecutiva che rende il brano un capolavoro contro la droga. La canzone non viene subito compresa, e cade nell'errata interpretazione di un invito a drogarsi, fatto attraverso la sinuosa chitarra di Clapton. Nonostante il bando in Argentina nel 1984slowhand riesce a lanciare il suo messaggio di salvezza. La nemica è quella dirty cocaine di cui anche lui era caduto vittima. 

Perché il chitarrista aveva adattato il brano in una turbolenta chiave personale, travagliata dal minaccioso passaggio dall'eroina alla cocaina. Nel turbine vizioso e pericoloso nel 1968 era caduto anche Johnny Cash. Dal blues rock al country, la cocaina trova quindi nuovo terreno narrativo, affacciandosi a un decennio precedente e a un'altra esistenza votata all'arte. Così, proprio durante la summer of love sessantottina usciva AT FOLSOM PRISON, il live album registrato da Cash in due date alla prigione di massima sicurezza di Folsom

Sin dal 1955, con la sua Folsom Prison BluesCash era rimasto affascinato dalla realtà chiaroscurale della prigione. E più di dieci anni dopo, davanti agli sguardi dei detenuti,The Man In Black cantò la sua personale interpretazione della droga. Un live gratuito, pregno della venalità espressiva di Cash e portavoce di Cocaine Blues. Si tratta del riadattamento di una celebre canzone del 1947 di T.J. "Red" Arnall, trasposta dal canto popolare Little SadieUn'erede del Western Swing che sa di casa e avvolge ogni storia di un sentimentalismo ruvido e sporco

Il brano racconta di un certo Willy Lee, un uomo fatto a pezzi dalla passione per il whisky e la cocaina che, proprio dopo un tiro di polverina bianca, spara alla moglie infedele. I thought I was her daddy but she had five more (Pensavo di essere il suo paparino, ma lei ne aveva altri cinque). Così Cash strimpella in prima persona la storia di un uomo distrutto dalla crudezza di una realtà. Ma il cantautore di Dallas usa un tono giocoso e disincantato per evocare sensazioni che sa di poter trovare cicatrizzate tra le sue paure.

E ora torniamo ancora indietro al Greenwich Village di inizio anni Sessanta. Un territorio cosmopolita e polifonico, dove la chitarra è la musa del folk. Qui nasce lo spirito artistico di Bob Dylan e di un suo grande amico, un bonaccione newyorkese dal sorriso gagliardo. Lui è Dave Van Ronk, figlio della Grande Mela e maestro della musica folk americana. La sua fama è legata all'arrangiamento dell'iconica House Of The Rising Sun degli Animals del 1964 ma, solo due anni prima, anche Van Ronk interpretava la sua Cocaine Blues

In questo caso la canzone rinuncia alla cornice rock e alla ruvidezza del profondo sud per farsi monologo intimista. La confessione della tossicodipendenza sta nel canto parlato di Van Ronk, come una poesia che trova destinazione in un trasporto profondamente sentito. Lo stesso che accompagna le dita di Keith Richards alla sua chitarra in una recente cover. Anche in quest'ultima l'autobiografia pervade il canto in una forte urgenza comunicativa, sfregiata da anni di dipendenze. 

Ed è qui che le sue versioni di Cocaine Blues trovano il loro punto di incontro con la leggendaria CocaineSeppur meno conosciute e più lontane nel tempo, queste stringono un patto con personalità complesse, che fanno della droga uno stimolo narrativo. Da fedele compagna ad arcigna nemica, per ognuno di loro la cocaina si intesse nelle infinite sfumature di discordanti emozioni personali. Sono le tracce di un impellente desiderio comunicativo che, per fortuna, questi talentuosi artisti hanno condiviso con noi. 

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