Ascoltati per voi: 5 dischi recensiti da Classic Rock 101

carnage nick cave

Tra le pagine di Classic Rock 101 la nostra redazione ha recensito gli ultimi dischi della scena musicale. Eccone 5 per voi.

CARNAGE, Nick Cave & Warren Ellis

Vecchi compagni e nuove visioni, da qui all’eternità

Assieme nei Bad Seeds da ventiquattro anni e titolari in coppia di numerose colonne sonore, Nick Cave e Warren Ellis debuttano ora “come duo” nell’ambito delle canzoni, con un album diffuso a sorpresa in rete il 25 febbraio ma che in Cd e Lp sarà commercializzato il 28 maggio. Una scelta che a quanto sembra è figlia dell’urgenza di far circolare subito questi otto brani, ma che irrita chiunque ami ascoltare il disco fisico in diretta e non in differita; tale strategia sta purtroppo prendendo piede e, benché venga giustificata anche con i ritardi della filiera a causa della pandemia, è l’ennesimo, diabolico disegno dell’industria, finalizzato a ridurre le spese e sostenere il formato “liquido” rendendo parallelamente “l’oggetto” un costoso gadget per feticisti. In sintesi: la distruzione finale della gioia della musica così come l’abbiamo finora vissuta.

Ciò detto, CARNAGE è un lavoro molto ispirato, che si pone sulla scia delle recenti produzioni “quiete” dell’artista australiano senza però raggiungere i livelli di (apparente) staticità del penultimo GHOSTEEN; è insomma più eclettico e, almeno per i suoi primi quattro brani (gli altri quattro sono magnifiche ballad), più “rock”, sebbene il termine sia improprio per episodi che, pur essendo appoggiati su basi ritmiche, sono sempre trascinanti “solo” sul piano emotivo, per via della dilatazione delle trame strumentali – comunque ricercate e non banali – e delle interpretazioni mai spinte di Cave. Nonostante l’indole melodica e per lo più pacata, questi quaranta minuti non mancano tuttavia di tinte forti, negli arrangiamenti e nei testi; una forza che, al confronto con i Bad Seeds del passato, è insinuante e non sbattuta in faccia con furia. E che le atmosfere siano fosche, seppure di una cupezza mai davvero opprimente e – soprattutto – mai autocompiaciuta, è inevitabile per un’opera nata in giorni bui, per il virus e per altri drammi (ad esempio, gli eventi che hanno portato alle mobilitazioni del Black Lives Matter, evocate in White Elephant). Scorre lento e intenso, CARNAGE, tra immagini simboliche, spiritualità, suggestioni spettrali e un senso di afflizione che non trascina verso la resa ma, anzi, induce a credere in una luce alla fine del tunnel. In ogni caso, una prova autoriale di assoluto spessore, magari non imponente come quella sorta di esorcismo autobiografico che è GHOSTEEN, ma di sicuro (un po’) più accessibile.

Federico Guglielmi

Carnage, Nick Cave recensione da Classic Rock Italia

THE BITTER TRUTH, Evanescence

Finalmente si respira aria nuova

Per certi versi, gli statunitensi hanno pagato il successo di FALLEN più nell’ultimo decennio che nel periodo immediatamente successivo all’uscita di un esordio straordinario, capace di vendere oltre diciassette milioni di copie in tutto il mondo. Prima le difficoltà nel rapportarsi con una scena alternative in fase di transizione, dopo il decadimento naturale del nu metal e del post-grunge, e in seguito le critiche ricevute in seguito alla pubblicazione di EVANESCENCE e la lunga disputa legale tra la band e la WindUp Records. Una serie di problemi che hanno finito per spostare numerose volte la data di uscita di quest’album, che ha il pregio di suonare fresco e moderno, oltre a riconsegnarci un’artista come Amy Lee al massimo delle sue potenzialità.

Chi si attendeva un altro disco orchestrale ed elettronico, dopo l’esperimento riuscito a metà di SYNTHESIS, rimarrà colpito dalla produzione di Nick Raskulinecz, in passato a servizio di Korn (THE SERENITY OF SUFFERING e THE NOTHING), Deftones (DIAMOND EYES e KOI NO YOKAN) e Foo Fighters. Il suono della batteria di Will Hunt, collaboratore tra gli altri anche di Vasco Rossi e Tommy Lee, è spettacolare e in generale l’impatto risulta potente ed evocativo come un tempo, pure quando i ritmi si abbassano e il pianoforte domina l’ascolto, ma soprattutto si ha la costante sensazione di essere tornati ai tempi d’oro della band, senza quel velo nostalgico e buonista che aveva ricoperto i singoli estratti dal terzo album. Wasted On You e Use My Voice, impreziosita dalla presenza di Taylor Momsen dei Pretty Reckless e Lzzy Hale degli Halestorm, sono destinate a diventare delle hit ma a colpire sono pure tracce dark e heavy come Broken Pieces Shine e Better Without You, capaci di fissarsi subito in testa e di non sfigurare nelle playlist alternative metal di oggi.

Ancora è troppo presto per parlare di una svolta o di un ritorno alle origini, ma di sicuro gli Evanescence avevano bisogno di pubblicare un album di questa sostanza, per non deludere i propri fan e affermare la loro forza in momenti difficili. Perché la verità può essere incredibilmente difficile e dolorosa, ma è comunque meglio che vivere nella menzogna.

Lorenzo Becciani

Louder Than Noise... Live in Berlin, Motörhead

Rumorosa celebrazione live di una leggenda

Lo so cosa state pensando: un altro live dei Motörhead, fino a quando andrà avanti questa faccenda? In linea teorica avete ragione, ma se c’è una band che merita di essere celebrata senza riserve, questa ha un solo nome: Motörhead. Quello che ha significato Lemmy per il rock non necessita di ripasso, ma è necessario tenere viva la luce della potenza emotiva della loro musica, totalmente priva di compromessi, sempre spinta all’eccesso, in un furore di volume esagerato e desiderio di sopraffare i fan. Infatti, la sensazione che regalava un concerto dei Motörhead era di essere protagonisti di una sfida, dove la band vuole vincere e sconfiggere chi è sotto il palco, come a dire “Noi siamo più forti di voi e vi distruggiamo, non saprete resistere alla nostra musica”. E avevano ragione, raramente si è usciti da un concerto dei Motörhead senza che le orecchie fischiassero per tre giorni. Questo album, disponibile in formato Cd più Dvd e vinile, rinverdisce la provocazione e celebra la data berlinese del 5 dicembre 2012, davanti a dodicimila fan, per uno dei punti più alti del tour infinito di sostegno a THE WÖRLD IS YOURS.

Il limite di una scaletta prevedibile viene superato dalla forza trascinante di un trio con una formazione rodata da tre lustri, con un Lemmy come sempre fiero davanti all’asta del microfono che canta (canta?) con voce catramata la storia della sua creatura immortale. E questa icona del rock fa quasi tenerezza quando tributa un omaggio personale al suo amico Phil Campbell, chitarrista con cui ha diviso mille battaglie, dedicandogli con affetto Over The Top, il cui titolo dice più di milioni di parole. I classici ci sono tutti, strategicamente verso la fine, ecco così Ace Of Spades e Overkill in vetrina, ma brividi e sussulti arrivano in ogni singolo brano: Over The Top, il riff quasi melodico di The Chase Is Better Than The Catch, e Rock It, estrapolata dal mai troppo celebrato ANOTHER PERFECT DAY del 1983 con l’ex Thin Lizzy Brian Robertson alla chitarra. Ma i Mötorhead sono una leggenda anche perché un brano come The One To Sing The Blues, anziché dodici battute sofferte, diventa il terreno su cui il Mickey Dee sfascia la sua batteria a furia di colpi assassini.

Gianni Della Cioppa

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THE BATTLE AT GARDEN'S GATE, Greta Van Fleet

Il difficile secondo album? Non c’è problema

Si guarda l’elegante copertina di gusto esotico-enigmatico e, paragonandola a quelle dei principali lavori precedenti (il “mini” FROM THE FIRES e il debutto in lungo ANTHEM OF THE PEACEFUL ARMY), si capisce che qualcosa dev’essere per forza cambiato. Concerti su concerti, esperienze fuori dagli USA, crescita a livello personale/musicale e comprensibile desiderio di non essere più etichettati come pur bravi emuli dei Led Zeppelin hanno portato i Greta Van Fleet ad ampliare gli orizzonti, provando ad alzare l’asticella in termini di progettualità, di scrittura, di performance strumentali e canore, di qualità dei testi e di produzione (affidata a un peso massimo quale Greg Kurstin), il tutto rimanendo fedeli a un “classic rock” di scuola 70 che non si potrebbe però mai confondere con quello di una band di mezzo secolo fa. All’epoca del primo album, più di un giornalista americano aveva parlato del quartetto di Frankenmuth, Michigan, come di “salvatori del r’n’r”. In senso lato, una delle solite sparate a effetto, perché il r’n’r autentico – quello del circuito più o meno underground – non è affatto in disarmo. Se invece l’asserzione si riferiva al rock per le masse... be’, allora il discorso cambia, perché nel grande giro mancava un gruppo giovane che puntasse alla sostanza, evitando certe furbate di grana grossa e proponendosi “semplicemente” come autore di canzoni ispirate, evocative, potenti sotto ogni profilo; un gruppo com’erano, mutatis mutandis, i Black Crowes degli esordi.

L’autorevolezza della candidatura è avvalorata da questi dodici brani all’insegna di un coerente eclettismo, con momenti energici ma ricchi di melodie (Built By Nations, Cara- vel), alcune ballad morbide ma intense (Broken Bells, Tears Of Rain, Light My Love) e molto altro, comprese due cavalcate incalzanti-ma-non-troppo quali Stardust Chords e la lunga (quasi nove minuti) The Weight Of Dreams, che come The Barbarians e Trip The Light Fantastic sono cartine al tornasole di quel respiro filo-epico – si pensi anche ai fraseggi di tastiere, comunque mai eccessivi – che i ragazzi hanno enfatizzato rispetto a tre anni fa. I più critici segnaleranno, nemmeno a torto, qualche spunto velleitario e qualche sfumatura retorica (pure in testi che si agganciano alla Bibbia, alla storia della civiltà, alle religioni, alla guerra e alla fantascienza), ma quello dei Greta Van Fleet rimane ancora un inno genuino e vitale al “classic rock”. Improbabile che possano davvero segnare i loro tempi, ma è bellissimo che ci siano.

Federico Guglielmi

ASSEMBLY, Joe Strummer

Il meglio del Joe solista, con inediti

I Clash sono la classica rappresentazione di quei gruppi i cui componenti, dopo lo scioglimento, non sono mai riusciti nemmeno lontanamente a raggiungere i livelli della band madre (vedi, su tutti, i Beatles). L’alchimia originata dalla congiunzione di quattro talenti è evaporata in mancanza dei compagni di sempre. Trascurabili le prove soliste di Paul Simonon e Topper Headon, confuse quelle di Mick Jones, immerso in un calderone non sempre ben riuscito di hip hop, elettronica, funk sintetico con i suoi B.A.D., dispersive le sporadiche uscite di Joe Strummer, mai bene a fuoco, tra colonne sonore, ispirazioni “combat rock”, folk e latine.

ASSEMBLY assolve alla perfezione il compito di rappresentare il meglio di Joe, al netto di riempitivi, brani poco ispirati e altri esperimenti non sempre apprezzabili. Noi impenitenti e mai domi fan della band that only matters non possiamo trattenerci dall’immaginare canzoni come Coma girl, il reggae militante e crudo di Tony Adams, l’incredibile, commovente, intensissima cover di Redemption song di Bob Marley, voce, fisarmonica e chitarra acustica, suonati insieme a Mick, Paul e Topper, a ricreare quell’incredibile e breve periodo artistico, quell’essenza di rock combattente, idealista, che “sognò talmente tanto che gli uscì il sangue dal naso. E sangue e sudore si materializzano metaforicamente nei tre inediti, due dal vivo, che riprendono i Clash di Rudie Can’t Fail e della cover di I Fought The Law e una cruda versione del classico Junco Partner (da SANDINISTA!).

Il resto è davvero un sunto perfetto del meglio di Joe solista, sempre così ingenuamente e generosamente disponibile a tutti, al mondo, al nuovo. In qualche modo prosecutore dello spirito di George Harrison per la cui etichetta, la Dark Horse, che fondò nel 1974, esce il disco, grazie all’interessamento del figlio Dhani. George e Joe non ci sono più. Nemmeno Beatles e Clash. Quel mondo è finito, sepolto e consegnato alla storia. Felice di esserci stato e di sapere ancora emozionarmi per un disco come questo.

Antonio Bacciocchi

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