Billie Holiday e il brano che cambiò la lotta al razzismo

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Agli albori del Novecento fiorì l'orchidea bianca, la più grande cantante jazz di tutti i tempi. La voce di Billie Holiday, sfregiata da un dolore mai sopito, arrivò a invocare un grido di protesta, dettando una rivoluzione con un brano che non poteva essere messo a tacere. 

Nel 1964 il Civil Rights Act pose fine alla segregazione razziale in America. Solo l'anno prima, Martin Luther King marciava su Washington con il celebre discorso I Have A DreamNel 1955, Rosa Parks diceva No su un autobus a Montgomery, Alabama, rifiutandosi di cedere il suo posto a un bianco. Ma Billie Holiday, brillante cantante jazz dalla voce graffiante e con l'orchidea bianca sui capelli, morì prima di poter assistere al cambiamento decisivo. Nel 1939 però cantò un brano epocale, destinato a smuovere le coscienze: Strange Fruit

Il produttore discografico Ahmet Ertegün lo definì come il passaggio "dal linguaggio in codice al discorso lampante". Perché non fu il primo brano di protesta contro il razzismo, ma fu la prima voce esplicita sul tema, senza ricorrere a simbolismi o allusioni, ma portando ad esempio un truce episodio avvenuto il 7 agosto 1930. Quel giorno, due ragazzi afroamericani, J. Thomas Shipp e Abraham S. Smith, di rispettivamente 18 e 19 anni, furono linciati pubblicamente a Marion, Indiana, con la presunta accusa di rapina e stupro. E fu lo scatto fotografico dei loro corpi impiccati ed esibiti davanti a un pubblico, a richiamare l'attenzione dello scrittore, insegnante e attivista ebreo Abel Meeropol. 

Quest'ultimo compose il testo e Billie Holiday prestò la voce a un'interpretazione che avvertiva con profonda immedesimazione. Lei infatti era nata in Pennsylvania nel 1915, figlia di una ragazza tredicenne, Sadie Fagan, che lavorava alla magione di una ricca donna bianca. Non appena si scoprì la sua gravidanza, fu cacciata e dovette destreggiarsi alla meglio per crescere Billie, dato che il padre della piccola era un musicista girovago, oltre che donnaiolo. Tra gattabuie e prostituzione, l'allora Eleanora Fagan, appassionata del jazz di Bessie Smith e Louis Armstrong, divenne Billie Holiday, unendo il suo cognome paterno al nome dell'attrice Billie Dave. Poi a New York la scoprì il produttore John Hammond, collezionista di talenti che, prima della sua morte nel 1987, porterà al successo Aretha Franklin, Bob Dylan e Bruce Springsteen

Forse la vita di Billie era cambiata, ma il colore della sua pelle era ancora un ostacolo per la società. Sin dagli albori con l'orchestra del pianista Count Basie, figlia dell'epoca d'oro dello swingBillie era infatti costretta a truccarsi il volto con cerone nero perché troppo chiara di carnagione. Una discriminazione performativa accompagnata dalla corrispettiva segregazione razziale, che la costringeva a salire su un montacarichi al posto dell'ascensore. Per questo Lady Day, nonostante la giovane età, voleva farsi sentire. Quel soprannome gliel'aveva donato l'amico sassofonista Lester Young, così come lei lo chiamava President, ridotto a Pres. Tuttavia non era il suo nome, ma la forza comunicativa di un testo e di una voce a poter iniziare una rivoluzione. 

Fu così che al Café Society di New York, crogiolo cosmopolita, libero e senza regole, la cantante jazz chiuse la serata con quel brano di Meerpol.

La prima volta che la cantai pensai fosse stato un errore: non ci fu neanche un accenno di applauso quando finii. Poi una persona da sola iniziò ad applaudire nervosamente. Poi all’improvviso tutti applaudivano.

A parlare non è solo il tremolio di un'anima che si libera lentamente di una sofferenza fin ora soffocata. Ma è un sussurro, che diventa una parola chiaramente scandita ed evolve in un grido cantato. Nessuno può rimanere inerme davanti a un testo così simbolicamente visivo. Perché tra le righe affiorano quegli strani frutti, che in realtà sono corpi appesi e umiliati davanti a una folla silente. 

Billie ha così tracciato un'impronta iniziale, in un'epoca in cui la paura, la violenza e la morte intimavano di restare nell'ombra. E lo ha fatto con un'eccelsa abilità performativa e con un coraggio e una tenacia scritta nello sguardo. Per questo, anche a un secolo di distanza dalla sua nascita, Billie Holiday è un simbolo del canto rivoluzionario. Come dimostrano le canzoni candidate agli Oscar 2021, la riflessione e la consapevolezza sulla discriminazione razziale è un tema più contemporaneo che mai. 

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