5 canzoni disturbanti amate dal pubblico

Dal rock al metal più aggressivo, alcune canzoni si ispirano a tematiche truci, crude, violente, che mettono alla prova la sensibilità del loro pubblico ma ottengono una larga approvazione. Cosa si nasconde dietro la loro aura conturbante?

One (1989), Metallica

Già in MASTER OF PUPPETS (1986) i Metallica avevano trattato delicate tematiche, come la salute mentale e l’esperienza dei veterani in guerra. Poi arrivò la morte del bassista Cliff Burton, investito dall’autobus del tour in un tragico incidente in Svezia. Così la band, vittima di un’atroce perdita, tesse le fila di …AND JUSTICE FOR ALL (1988), che contiene la controversa One. Una canzone di enorme successo, che rimane in classifica per nove settimane di fila, ma nasconde un cupo retroscena. Il frontman James Hetfield, infatti, si ispira al film Johnny Got His Gun e ad un romanzo consigliatogli da Burton, Johnny Got His Tumb (1939) di Dalton Trumb. Questo narra la storia di Joe Bonham, soldato della prima guerra mondiale che perde gli arti e le capacità sensoriali con l’esplosione di una mina antiuomo. E lo stesso accade al protagonista della canzone dei Metallica, un uomo ormai privo di braccia e gambe e con la faccia priva di connotati per la violenta trasfigurazione. Vuole solo morire, implora per porre fine alla sua agonia, ma è ancora in vita, in un limbo di dolore e memorie che non lo abbandona.

Jeremy (1991), Pearl Jam

Traccia dell’album di debutto, TEN, Jeremy è indubbiamente una delle canzoni più celebri dei Pearl Jam, impreziosita anche da diversi premi. Il nome del brano riflette una tremenda notizia di cronaca che il frontman Eddie Vedder lesse sul giornale nel 1991. Questa raccontava la storia di Jeremy Wade Delle, uno studente della Richardson High School, in Texas che un giorno si sparò in bocca con una Magnum 357, davanti alla sua classe. Jeremy era vittima di bullismo, delle angherie e dei soprusi dei suoi compagni e si abbandonò a un gesto fatale, di drammaticità pregnante. La stessa che i Pearl Jam riversano in un brano di protesta, intriso di paura e sconforto per una nazione che offre ai suoi cittadini le armi per uccidersi, anziché aiutarli a superare i loro problemi. Così il brano inizia con un intro che mescola voci telecroniste, ma poi si abbandona a un’intimità coinvolgente, affidata alla voce profonda e spezzata di Vedder e sapientemente costruita sulle chitarre roboanti di Stone Gossard e Mike McCready.

Prison Sex (1993), Tool

L’arrivo dei Tool sulla scena discografica anni Novanta traduce l’essenza del disturbante. Così il loro album di debutto, UNDERTOW, vendette due milioni di copie, sull’onda di brani come Sober e Prison Sex. Entrambi evolvono in videoclip firmati dalla regia ipnotica e sinistra di Fred Stuhr e sono trasmessi in heavy rotation su MTV, senza approfondire il messaggio sotteso alle canzoni, soprattutto l’ultima. Prison Sex parla infatti di abusi sessuali, ma non quelli legati alla cruda sopravvivenza della prigione, come il titolo potrebbe lasciare intendere. Quanto di quelli che appartengono alla zona più recondita dell’inconscio, legata a un’infanzia violata e a un bambino che è cresciuto con un dolore silente che ha sfregiato la sua essenza. Come disse il frontman, Adam Jones, alcuni bambini abusati tendono a rimuovere quei traumatici ricordi, ma non scompaiono. Così il cantante aggiunge: “Alcuni diventano alcolisti, altri tossicodipendenti. Il video parla di una vittima che si ritrova a diventare un carnefice. È una canzone scritta dal punto di vista dell’antagonista”.

Closer (1994), Nine Inch Nails

In questo caso il brano, anche conosciuto come Closer To God, riflette la sua anima oscura con una distorsione del sound. Così i Nine Inch Nails, con il loro album THE DOWNWARD SPINAL, tracciano una firma simbolica negli anni Novanta, identificando il frontman Trent Reznor come un’icona. La sua voce racconta qui una scena di stupro dal punto di vista del carnefice, inserendola in una dimensione più ampia di ossessione e odio verso sé stessi. Quest’ultima attraversa tutto l’album, in un controverso dialogo tra uomo e Dio. Così l’aguzzino che si sfoga in un atto di violenza sessuale espleta il suo desiderio di controllo sull’altro, pur consapevole che si tratta di un dominio illusorio, poiché lui, a sua volta, è controllato da Dio. Si tratta quindi di uno scandaglio psicologico e metafisico lungo un violento dialogo tra sacro e profano e fu erroneamente interpretato come inno alla lussuria. Sicuramente l’iconico videoclip di Mark Romanek,  è considerato uno dei migliori della storia e ha contribuito al successo della canzone.

Disposable Teens (2000), Marilyn Manson

Si traduce adolescenti usa e getta la canzone della Marilyn Manson rock band, che affonda le unghie nel loro quarto album, HOLY WOOD (IN THE SHADOW OF THE VALLEY OF DEATH). E già il titolo dell’album preannuncia l’atmosfera macabra e funerea che si addice al suo frontman. Un brano in cui non si risparmiano espressioni disturbanti, come la celebre “survived abortion” oppure “a rebel from the waist down”. Quest’ultima, in particolare, rievoca una frase di 1984, capolavoro distopico di George Orwell, e si addice al ritratto di una società vincolata alla coercizione, che spinge le donne alla gravidanza e alla conseguente nascita di creature che, fino ai 18 anni, non saranno considerate utili per il sistema. Di conseguenza questi ultimi sono solo sopravvissuti all’aborto e riflettono un’ombra distorta e corrosa della società che li ha creati. La stessa culla empia e corrotta contro cui si ribellano, in un ritratto oscuro e disturbante in cui lussuria, violenza e religione si incorporano in un videoclip da brividi.

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