Peter Ham: quando il cantante dei Badfinger entrò nel Club 27

Il 24 aprile 1975, il frontman dei Badfinger, conosciuti come i nuovi Fab Four, pose fine alla sua talentuosa esistenza con un tragico gesto, frutto di inganni e cattiva gestione finanziaria delle risorse della band. Il suo nome si sarebbe così unito alla funerea schiera dei musicisti del Club 27.

Il Club 27

La fine degli anni Sessanta aveva portato con sé una collezione di successi musicali, ma anche drammatici epiloghi personali. Così nel 1969, il chitarrista dei Rolling Stones, Brian Jones, venne trovato in una piscina, fatalmente distrutto dall'effetto letale di un mix di droga e alcool. L'anno successivo, a distanza di meno di una settimana l'uno dall'altra, Jimi Hendrix e Janis Joplin lo seguirono nell'oltretomba del rock, con una profetica tripletta della lettera J. Nel 1973, il tastierista dei Grateful Dead, Ron "Pigpen" Mckernan, avrebbe chiuso il sipario sulla dionisiaca epopea psichedelica anni Sessanta, con la sua morte devastata dall'alcool. E tutti loro si distinsero per una scomparsa prematura a soli 27 anni che, con la morte di Kurt Cobain nel 1994, sarebbe stata tragicamente coniata dai media come Club 27. 

Il destino dei Badfinger

E lo stesso triste destino accompagnò anche due musicisti dei Badfinger: il cantante Pete Ham e il chitarrista Tom Evans. Di questi, il frontman della band tracciò la sua ultima firma nel Club 27. E nessuno si aspettava che quel promettente gruppo pop rock del Galles, fiorito sotto l'ala protettrice di Paul McCartney e George Harrison, sarebbe decaduto in una rete di vizi e inganni del mondo discografico. La band aveva sedimentato il suo sound sull'anima stilistica degli Yardbirds, per poi avvicinarsi a un tocco più beat e di successo con il passaggio sotto la Apple Records

Trasformatosi da esordienti The Iveys a Badfinger, nell'ottobre 1969, il loro successo aveva visto la luce con la traccia Come And Get Itscritta da McCartney e cantata da Evans. Questa si era conquistata il quarto posto nelle classifiche statunitensi a inizio 1970, permettendo alla band di guadagnare un prolifico tour negli States. Poi arrivò NO DICE (1971), uno dei migliori album della storia secondo «Rolling Stone», interamente cantato da Ham e impreziosito dal singolo Without Youil più celebre del gruppo. Tuttavia gli anni Settanta non si prospettavano come i più floridi. I Beatles si erano sciolti e, ora che i Badfinger, identificati come i nuovi Fab Four, avrebbero potuto prenderne il posto, contro di loro si scagliò la sfortuna più nera

Stan Polley

La Apple Records gravitava nei suoi problemi economici e la band scelse di puntare sull'esperienza manageriale, sostituendo il loro primo manager, Bill Collins, con lo statunitense Stan Polley. Tuttavia Collins, nonostante l'inesperienza, era stato il primo faro per i Badfinger, aiutandoli agli esordi con £5 a settimana e dividendo poi equamente gli incassi tra sé e la band. Così l'arrivo di Polley cambiò le carte in tavola, con ferree richieste di preparare nuovo materiale in poche settimane, grandi progetti di tour e un fiume di parole consolidatosi in promesse non mantenute. In breve quindi, Polley scrisse la distruzione della band, incominciando nel 1971 a incassare il 60% dei proventi, lasciando ai musicisti solo il 5% e il resto alla casa discografica. 

Agiva quindi in maniera pesantemente disonesta, risucchiando l'anima artistica della band fino al midollo e riempiendosi le tasche, tanto che girava voce fosse un portaborse della mafia. Così nel 1973 chiuse il rapporto con la Apple Records e firmò con la Warner Bros per il lancio del quinto album, l'omonimo BADFINGER. Ma, da un iniziale contratto di 3mln, che aveva scatenato l'appetito di tutti, la Warner arrivò a constatare, dopo il fallimento dell'album pubblicato, che la band avrebbe dovuto avere a disposizione $250.000 di un fondo di garanzia di cui Polley non aveva mai fatto menzione. Così i rapporti tra manager, band e casa discografica si sgretolarono. Soprattutto quando Polley, indisturbato dal fatto che il gruppo vivesse in uno stato di povertà critica nonostante i successi, richiese loro di preparare un album nel 1974, HEAD FIRST, in sole tre settimane. 

La goccia che fece traboccare il vaso

Quel giorno in studio, Pete Ham, che solitamente era una persona mite e pacifica, lanciò la sua preziosa chitarra Martin, in preda alla rabbia più nera. E pensare che i nastri dell'album non furono accettati dalla Warner Bros, che all'epoca aveva intentato una causa contro Polley e i Badfinger presso la Corte Superiore di Los Angeles. Aleggiava ancora nell'aria lo sfregio di quel fondo scomparso e Ham e i compagni non sapevano più dove sbattere la testa. Soprattutto perché il cantante si era appena trasferito da Park Avenue al Surrey con la compagna Anne Ferguson in dolce attesa, ma non riusciva a pagare il mutuo a causa dei fondi congelati della band per colpa di Polley. E la notte del 23 aprile si consumò l'ultimo atto fatale. 

Dopo aver saputo di non avere più soldi sul conto, Ham si ubriacò insieme a Evans a soun di dieci whisky. Poi tornò a casa e, alle prime luci del mattino, si impiccò nel suo garage. Lasciava così una figlia che sarebbe nata da lì a poco, un figlio già grande, Blair, e un'eredità musicale di spessore che era stata adombrata dall'egoismo e lo sfruttamento. E, mentre negli ultimi anni è tornata in voga la canzone della band, Baby Blue, con l'episodio finale della serie TV Breaking Bad, la testimonianza più pregnante degli ultimi momenti di Ham è contenuta nel biglietto d'addio che lasciò:

Anne, ti amo, Blair, ti amo, non mi sarà permesso di amare e fidarmi di tutti, è meglio così… Pete. PS: Stan Polley è un bastardo senz'anima, lo porterò con me.

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