Il mare, una chitarra e i gabbiani: come nacque la hit di Otis Redding

Otis Redding
American soul singer Otis Redding (1941 – 1967) performs at the Monterey Pop Festival, California, June 1967. (Photo by Bruce Fleming/Getty Images)

Scritta da Otis Redding e dal suo produttore/chitarrista Steve Cropper, diventò uno dei brani più iconici della Stax. Purtroppo, un incidente aereo gli impedì di goderne il successo.

Nell’estate del ’67 Otis Redding era sulla cresta dell’onda. Dopo aver trascorso la maggior parte della sua carriera nei locali per neri, il Monterey International Pop Music Festival di quell’anno lo aveva fatto conoscere al grande pubblico USA. Gli mancava solo una hit su scala nazionale. Dopo Monterey, Redding si era tenuto occupato in tour con il suo gruppo, i Bar-Kays.

Ad agosto, una settimana come gruppo fisso al Basin St. West di San Francisco gli diede finalmente modo di scrivere qualcosa. Bill Graham, il promoter, lo ospitò nella sua casa/barca vicino Sausalito: lì Otis passava le giornate guardando il mare, con la chitarra in mano, osservando il via vai dei traghetti. Ben presto si ritrovò con dei versi: Sittin’ in the morning sun, I’ll be sittin’when the evening comes’.

A novembre, durante un break del tour, chiamò il suo coautore e produttore Steve Cropper. “Finimmo la canzone che aveva iniziato a scrivere a Sausalito”, ricorda Cropper, all’epoca chitarrista nella house band della Stax, Booker T. & the M.G.’s, che aveva accompagnato Redding a Monterey. Redding cercava un cambio di stile rispetto a ballad come Try A Little Tenderness e I’ve Been Loving You Too Long o al r&b frenetico di I Can’t Turn You Loose. Ispirato da SGT. PEPPER, che aveva ascoltato tutta l’estate, voleva tentare qualcosa di diverso. E la dolcemente malinconica (Sittin’ On) The Dock Of The Bay fu quel qualcosa.

Per Otis fu un momento di svolta, osserva Cropper. Non era un ballabile, né una ballad classica. Era qualcosa a metà. Non essendo in tour, rimase con noi in studio per almeno una settimana. Dopo ogni session non avevamo niente da fare, così restavamo in studio a riascoltarla. Eravamo tutti convinti che sarebbe stata una hit.

Un elemento molto particolare si trova appena prima della dissolvenza: dato il mood e il ritmo, Redding aveva dei problemi a chiuderlo con un rap, come suo solito. Così fischiettò una semplice melodia. “Otis non era bravo a fischiare e il fonico, Ronnie Capone, glielo disse”, ricorda Cropper. “Ma lui insistette e alla fine ha avuto ragione”. Il brano non era ancora finito. “Concordammo che mancava qualcosa”, spiega. “Pensammo a dei cori in secondo piano. Dissi a Otis: ‘Se puoi aspettare una settimana, dovrei lavorare con gli Staple Singers, e so per certo che gli piacerebbe cantare in un tuo disco. Disse che era un’ottima idea, ma ci mancò il tempo di realizzarla”.

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Purtroppo, Redding perse la vita in un incidente aereo assieme a quasi tutti i Bar-Kays, mentre andavano a Madison (Wisconsin) per un concerto. Aveva solo 26 anni. Distrutto, Cropper fece il missaggio finale di (Sittin’ On) The Dock Of The Bay, aggiungendo il sound dei gabbiani e delle onde, dietro precisa richiesta di Redding. Sovraincise anche dei lick di chitarra elettrica che imitavano un uccello marino.

Finire il brano, col corpo di Redding ancora imprigionato nella carcassa dell’aereo, fu “la cosa più difficile che io abbia mai fatto. Pubblicata ai primi di gennaio del 1968, a meno di un mese dalla tragedia, (Sittin’ On) The Dock Of The Bay esplose nelle chart r&b e a marzo era già in cima alla classifica «Billboard». Assieme al disco in cui fu inserita, THE DOCK OF THE BAY, diventò il best seller di Redding, vendette oltre quattro milioni di copie e vinse due Grammy.

Qualcuno ha scritto che se Otis non fosse morto così, il disco non avrebbe mai raggiunto quel risultato”, dice Cropper. “Sono totalmente in disaccordo”. Il brano è stato ripreso dai nomi più disparati, da Bob Dylan a Willie Nelson, dai Pearl Jam a Michael Bolton. “Ho sempre guardato a Otis come a un fratello maggiore”, ci confida Cropper. “Finché non lessi il necrologio, non sapevo neanche che fossimo coetanei, perché lui sembrava molto più adulto di me. In studio era favoloso. Cantava ogni brano mettendoci tutto se stesso. I musicisti non vedevano l’ora di suonare con Otis, perché era sempre uno spasso. Quando c’era lui, non era mai un lavoro. Era una festa”.

Questo articolo è tratto da «Classic Rock Italia» n.103, disponibile in tutte le edicole e sul nostro store online.

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