DRAMA: come gli Yes affrontarono uno dei loro periodi più bui

Guitarist Steve Howe performing with English progressive rock group, Yes, November 1980. (Photo by Michael Putland/Getty Images)

A cavallo tra due decadi, gli Yes si trovarono ad affrontare uno dei periodi più complicati della loro carriera. L’abbandono in contemporanea da parte di Jon Andersone Rick Wakeman, e la necessità di ultimare il nuovo album prima di un lungo tour estivo, costrinsero la band a valutare delle soluzioni alternative...

Parigi, dicembre 1979. Due vecchi amici stazionano in un bar, scambiandosi confidenze e ricordi. Tra di loro, una bottiglia di Calvados. La conversazione va avanti fino a che la bottiglia non è completamente vuota. È solo allora che, con gli occhi lucidi, uno dei due dice all’altro: “Questa non è più la band che ho fondato, che ho portato avanti e che ho amato in tutti questi anni. Gli Yes sono finiti”.

A perpetual change

Nella storia degli Yes, i cambiamenti sono sempre stati all’ordine del giorno. Chitarristi, batteristi, tastieristi sono usciti e (ri)entrati dal/nel gruppo alimentando le pagine del «Melody Maker» e della stampa musicale, oltre che le discussioni tra i fan. Eppure stando a quello che ha scritto il chitarrista Steve Howe nella sua biografia, sono stati proprio questi frequenti cambiamenti di organico a rendere gli Yes più forti, permettendogli di rinnovarsi e, in questo modo, di evolversi e continuare a vivere. Ma il cambiamento imprevisto che il gruppo si trovò ad affrontare a cavallo tra gli anni 70 e gli anni 80 rischiò di mettere seriamente in discussione l’esistenza stessa della band.

Tutto era iniziato con il mezzo passo falso di TORMATO, l’album che nel settembre del 1978 aveva seguito l’entusiasmante GOING FOR THE ONE. Non c’era stato un crollo nelle vendite, intendiamoci, ma era evidente come gli equilibri all’interno del gruppo si stessero sfilacciando: la direzione artistica era diventata confusa e dopo il grande successo dei concerti del 1978/79 (101 date in Canada, Stati Uniti e UK, per la prima volta con l’ausilio del palco circolare) sembrava salutare per tutti prendersi un periodo di pausa.

Invece dopo appena quattro mesi, nel novembre del 1979, Jon Anderson, Chris Squire, Steve Howe, Rick Wakeman e Alan White si ritrovarono di nuovo insieme, a Parigi, per registrare un nuovo album. Ormai gli Yes erano diventati un’azienda a tutti gli effetti: per garantire la sopravvivenza del marchio (e permettere ai componenti del gruppo di continuare a condurre una vita decisamente dispendiosa) non c’era altro da fare che proseguire l’attività a ritmo serrato, alternando dischi e lunghi tour, senza alcuna soluzione di continuità.

Natale a Parigi

Nella capitale francese, gli Yes fecero del loro meglio (o forse sarebbe più corretto dire del loro peggio) per completare il nuovo album, scontrandosi però con l’acuirsi di quelle differenze e incomprensioni, sia umane che artistiche, che avevano già in parte compromesso la riuscita del lavoro precedente. Nonostante il produttore designato a seguire la band fosse l’apprezzato Roy Thomas Baker, fresco reduce dal fortunato sodalizio con i Queen, tra lui e il gruppo non scoccò mai la scintilla.

Le session, da cui emersero solo una manciata di brani confusi e poco ispirati, si trasformarono in una lenta agonia. Solo un incidente occorso al batterista Alan White liberò di fatto la compagnia, che con il Natale ormai alle porte decise di aggiornarsi al nuovo anno. La ripresa venne nuovamente fissata a Londra all’inizio del 1980. Ma Jon Anderson e Rick Wakeman, aiutati da una bottiglia di Calvados, la loro decisione l’avevano già presa: non si presentarono mai all’appuntamento.

Guitarist Steve Howe performing with English progressive rock group, Yes, November 1980. (Photo by Michael Putland/Getty Images)

And then there were three...

Ritrovatisi inaspettatamente in tre, Squire, Howe e White non si diedero però per vinti e iniziarono ugualmente le prove, componendo nuovo materiale nell’attesa di capire come sostituire i due ex compagni dimissionari. Il caso volle che nello stesso periodo il manager degli Yes, Brian Lane, avesse iniziato a gestire anche un nuovo duo inglese formato dal cantante e bassista Trevor Horn e dal tastierista Geoff Downes.

I due, con il nome di The Buggles, nel settembre del 1979 avevano raggiunto la prima posizione delle classifiche in Gran Bretagna e in molti altri Paesi europei (Italia inclusa) grazie al divertente singolo pop wave Video Killed The Radio Star. La versione più accreditata vuole che Lane avesse espressamente chiesto ai due di scrivere una nuova canzone per gli Yes, dato che la band, con un tour americano già fissato per l’agosto del 1980, era un po’ in difficoltà a mettere insieme i pezzi necessari per completare in tempo il nuovo album.

Trevor e Geoff stavano provando nella sala accanto alla nostra. Bussarono alla porta dicendo che erano grandi fan degli Yes e che avevano scritto una canzone per noi. Iniziammo a suonarla insieme e dopo un paio di giorni avevano spostato tutta la loro strumentazione nella nostra sala: in pratica era nata la nuova line-up degli Yes” (Alan White).

Quando ci incontrammo, Chris, Steve e Alan stavano cercando di registrare dei brani come trio ai Town House Studios di Londra. Era ovvio che avessero bisogno di un cantante e di un tastierista. Il nostro nuovo manager, Brian Lane, che era anche il manager degli Yes, ci chiese se ci andava di comporre un pezzo appositamente per loro, dato che erano un po’ a corto di materiale. Così scrivemmo una nuova canzone, intitolata We Can Fly From Here, e registrammo un demo tutti insieme.

Dopo un po’ ci chiesero se volevamo entrare a far parte del gruppo. Ovviamente ci prendemmo un po’ di tempo per capire se la cosa potesse funzionare, giusto un paio di settimane. Tutto sommato valeva la pena di provarci, tanto nessuno aveva nulla da perdere. Alla fine le cose sembrarono andare per il verso giusto, quindi decidemmo di rimanere” (Geoff Downes).

Cambiare tutto...per non cambiare niente

Se la decisione di accogliere Horn e Downes negli Yes risolveva in un colpo solo il problema del nuovo tastierista e del nuovo cantante (“eravamo un pacchetto completo, prendere o lasciare”, ricorda scherzando Downes), l’effetto che la notizia della fusione tra Yes e Buggles poteva avere tra i fan e tra gli addetti ai lavori non era assolutamente prevedibile. Il boss della Atlantic, Ahmet Ertegun, volò appositamente a Londra dagli Stati Uniti per ascoltare le nuove canzoni e solo a quel punto diede il suo benestare. Ora però bisognava fare in fretta.

La produzione del nuovo album venne inizialmente affidata a una vecchia conoscenza del gruppo: quell’Eddie Offord che aveva contribuito in maniera determinante al successo degli Yes fino a RELAYER (1974). Coinvolgendolo, la band sperava ovviamente di poter contare su una guida sicura, ma purtroppo Eddie non si dimostrò in grado di svolgere il suo lavoro e così in breve tempo venne allontanato, costringendo i cinque musicisti ad auto prodursi.

L’attività si fece sempre più intensa: per il missaggio la band stazionava di base ai SARM East Studios di Londra, vicino a Tower Bridge, ma la produzione fu costretta a prenotare altri quattro o cinque studi per permettere ai vari musicisti di registrare le loro parti in parallelo, aggiungendole al master a mano a mano che erano pronte.

"Non era infrequente vedere Trevor che faceva avanti e indietro nella hall dello studio, cercando di trovare l’ispirazione per scrivere il testo di una canzone, mentre gli altri lo aspettavano in sala con i nastri pronti per registrare le parti vocali” (Jim Halley).

Alla fine, malgrado la fretta e l’incognita rappresentata dalla nuova line-up del gruppo, DRAMA venne pubblicato il 18 agosto del 1980 raggiungendo subito la seconda posizione nelle classifiche britanniche e la diciottesima in quelle statunitensi. Nonostante i Buggles e nonostante tutti i “drammi” che ne avevano caratterizzato la realizzazione, era un disco prog a tutti gli effetti: lo confermava anche la bella copertina firmata da Roger Dean, di nuovo al lavoro con il gruppo dopo essere stato messo da parte per qualche anno. Tante cose erano cambiate negli ultimi dieci mesi degli Yes, ma in definitiva (quasi) tutto era rimasto uguale.

Questo articolo è tratto da «Prog» n.32, disponibile sul nostro store online.

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