Joplin, King e Mitchell: tre capolavori delle regine del rock

Carole King, Janis Joplin, Joni Mitchell
Carole King, Janis Joplin, Joni Mitchell

Il 1971 è stato sicuramente un anno magico per la musica internazionale e sono tanti i dischi fondamentali che quest’anno compiono mezzo secolo. Tra questi, tre album di altrettante artiste di grande carisma, tre donne che hanno cambiato la musica in modi differenti ma con un impatto dirompente.

Questi dischi sono usciti nell’arco di soli sei mesi. In gennaio uscì, postumo, PEARL di Janis Joplin. Il 10 febbraio dello stesso anno fu pubblicato TAPESTRY, capolavoro di Carole King, mentre BLUE di Joni Mitchell uscì il 22 giugno del 1971.

Michele Neri

PEARL

I’d like to do a song / Of great social and political importance / It goes like this / Oh Lord, won’t / you buy me a Mercedes Benz.

Diretta, sarcastica, senza filtri anche in quel primo ottobre del 1970, quando si reca negli studi Sunset Sound Recorders di Los Angeles per completare le registrazioni dell’album PEARL. Quel giorno Janis Joplin incide a cappella Mercedes Benz, un brano ispiratole dal testo di una canzone del poeta beat Michael McClure. Settantadue ore dopo, il corpo senza vita di Janis viene ritrovato nella sua stanza d’albergo. Il disco, il quarto della carriera dell’artista, approderà sul mercato postumo nel mese di gennaio del 1971.

Nel suo ultimo mese di vita, Janis Joplin s’impegna nella stesura di brani autografi, rispolvera il blues attraverso performance incendiarie, dà sfogo alle frustrazioni, spinge un po’ troppo sull’acceleratore, ma c’è solo lei alla guida. Nelle sue sperimentazioni non mette in pericolo nessuno se non se stessa e sì, a Woodstock le piaceva sciogliere un po’ di LSD nel caffè, ma era Woodstock, non un tè alla Casa Bianca. Janis sa essere molto spiritosa, ma è della sua malinconia che si ricordano tutti; era una solitaria, eppure viene considerata una ragazza sfrenata. Uomini e donne la desiderano nello stesso modo in cui desiderano Jim Morrison, ma a Janis non si fanno sconti. Janis è carismatica, talentuosa, magnetica, ma è una femmina.

A due mesi dall’uscita di PEARL, la saggista americana Marion Meade scrive per il New York Times un articolo intitolato Does Rock Degrade Women?, nel quale si chiede come si può offrire una guida alle ragazze che desiderano diventare rocker, ora che Janis Joplin non c’è più.Per troppo tempo ci siamo sedute in disparte, recitando il ruolo di groupie adoranti. Le donne hanno sempre costituito un segmento importante del pubblico rock. A meno che l’industria non abbia intenzione di allontanarci completamente, è meglio che là fuori si ricordino delle parole di Bob Dylan: non occorre un meteorologo per sapere da che parte soffia il vento. I tempi stanno cambiando”.

Cinquant’anni dopo, la disparità di genere nell’industria musicale è ancora evidente, ma un intero esercito di musiciste non ha intenzione di abbandonare le linee, tutt’altro, perché quando si esclude il cinquanta per cento dell’umanità dalla produzione di conoscenza, ciò che si perde sono idee che potrebbero cambiare il mondo. O soltanto renderlo più piacevole, proprio come ci ha insegnato Janis.

Laura Gramuglia

TAPESTRY

TAPESTRY è indubbiamente il capolavoro di Carole King: uscito nel 1971, è l’album più venduto per una donna e uno dei più venduti di sempre. Il talento di Carole si sviluppa in un ambiente artistico particolarmente fertile (dal lavoro come autrice nel gruppo del Brill Building alle collaborazioni con Gerry Goffin e Paul Simon), dal quale nascono brani pronti a segnare la storia della musica. Questo disco conferma la bravura e l’eleganza della King, con canzoni che si muovono in un territorio ibrido, accarezzando le curve del jazz e del soul senza allontanarsi mai da uno squisito ambito pop.

I testi, efficaci ma mai banali, contribuiscono a rendere l’album (così ricco di capolavori da sembrare un Greatest Hits) un vero e proprio documento storico della canzone al femminile, capace di dare vita a veri e propri standard, interpretati anche da altri artisti ed entrati a far parte del patrimonio comune. È il caso di You’ve Got A Friend, ripresa da James Taylor (chitarrista e corista nella registrazione originale) e di (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, consacrata pochi anni prima dall’incredibile interpretazione di Aretha Franklin, che ne metteva in risalto la vena gospel, allontanandosi dalla dimensione intima dell’autrice.

La cifra di Carole è infatti sempre calda, confidenziale, appoggiata su arrangiamenti morbidi, perfetti per la sua vocalità, che le permettono di raccontare il passaggio tra gli anni 60 e 70 in modo personale. Se non è l’unica a cantare i sogni dei figli dei fiori, la rivoluzione sessuale e le proteste femministe, è però in grado di farlo attraverso atmosfere aggraziate ma sempre concrete che si distinguono nettamente dalla forza inquieta e animalesca di Janis Joplin e dal mondo sospeso e sognante di Joni Mitchell.

I brani di TAPESTRY diventano manifesto di un’epoca, come Too Late che, descrivendo la fine di un grande amore, incarna la disillusione di una ragazza che liberamente sceglie di terminare una relazione e quella della generazione che, dopo aver sostenuto ideali rivoluzionari, si era dovuta misurare con il cosiddetto “realignment” degli anni 70. L’album apre una nuova strada alla canzone d’autrice che potrà così essere riconosciuta come genere popolare e saprà accogliere il talento di artiste come Suzanne Vega, Tori Amos e Sheryl Crow, capaci di dare voce, attraverso la loro sensibilità e il loro sguardo, alle necessità delle loro generazioni e raccontare i cambiamenti intercorsi nella società.

Giulia Pratelli

BLUE

All I really really want our love to do / Is to bring out the best in me and in you too.

Questa la dichiarazione in apertura di BLUE e la prima sensazione è che questo album sicuramente tiri fuori il meglio in chi lo ascolta. Pietra importante, fondamentale, della discografia di Joni Mitchell, BLUE è l’album che ne misura la grandezza compositiva, interpretativa e chitarristica, mettendo in luce gli aspetti tecnici più complessi. Dieci canzoni in cui Joni si scrolla di dosso l’aria della ragazza timida di provincia, un po’ folk e un po’ hippie, lasciando il passo alla cantautrice-musicista che apprezziamo ancora oggi, dopo cinquant’anni.

Se da una parte Carole King scalava le classifiche con TAPESTRY, la Mitchell conquistava ogni ascoltatore con parole cucite insieme in modo diretto, mettendo a nudo se stessa e i sentimenti che racconta, dando vita a una trama poetica di straordinaria sensibilità. Lo sappiamo in verità già dalla copertina che sarà un album differente, di svolta, perché per la prima volta c’è lei (e non i suoi dipinti) in primo piano: un ritratto fotografico delicato ma dai tratti decisi, elegante, sfuggente, sofisticato come la protagonista e la musica che l’album contiene. Traccia dopo traccia, colpisce la profondità che costella ogni verso in cui l’amore, unito al senso del viaggio, - perso, cercato, custodito, ricordato - è il filo rosso che, come briciole di pane sul sentiero, ci porta a sviscerare un animo inquieto in cui potersi riconoscere.

Se da un lato troviamo ricchezza del linguaggio, melodie intense e costruzioni armoniche che segnano la via da perseguire, dall’altro Joni registra queste canzoni con i suoi amici (e amori) di sempre, guardando all’essenziale negli arrangiamenti: James Taylor alle chitarre e cori, Steve Stills al basso, Russel Kunkel alla batteria e Sneaky Pete Kleinow dei Flying Burrito Brothers alla pedal steel. “He’s the warmest chords I ever heard”,una dedica, una dichiarazione certamente anche se è proprio la title track a contenere il manifesto musicale e culturale di Joni Mitchell “Blue, songs are little tattoos. Ed è proprio così, le canzoni di Joni sono tatuaggi indelebili, scolpite nel nostro immaginario e sotto la nostra pelle, che non abbiamo intenzione di lavare via.

Chiara Raggi

Questo articolo è tratto da «Vinile» n.29, disponibile sul nostro store online.

Vinile 29 Sprea Editori
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