The Beatles: 10 tra le più belle canzoni scritte da Paul McCartney

john lennon paul mccartney

Cantautore e polistrumentista, McCartney ha dato vita ad alcuni dei brani più poetici ed evocativi dei Beatles. Ecco a voi 10 tra i i migliori. 

All my loving (1963)

Mai pubblicato come singolo, All My Loving è una di quelle composizioni di McCartney che vennero rivalutate come capolavori solo in un secondo momento. All’epoca, infatti, venne rilasciata come terza traccia di WITH THE BEATLES (1963) e ottenne un catalizzante successo con l’apparizione dei Beatles all’Ed Sullivan Show, sull’onda della famelica Beatlemania. Sembra che Paul abbia iniziato con il testo, probabilmente dedicato alla fidanzata Jane Asher, per poi passare alla composizione, molto apprezzata, soprattutto per il suo tocco alla chitarra, da John Lennon.

Yesterday (1965)

Penso che Yesterday—se non avesse avuto così tanto successo—potrebbe essere il mio pezzo preferito.

Così McCartney descrive il suo celebre brano del 1965, rilasciato con l’album HELP! e ad oggi il detentore di record per il maggior numero di cover, circa 1.600. Un pezzo da Grammy Award, una bellissima e delicata poesia tra quartetti d’archi e una chitarra acustica. Il giovane Macca aveva solo 22 anni quando scrisse questa elegia d’amore.

I’ve Just Seen A Face (1965)

Chitarre, spazzole e maracas scrivono I’ve Just Seen A Face. E McCartney, compositore e cantante, l’ha descritta come un pezzo un po’ western e un po’ country. Sin dalle prime note, infatti, intuiamo come questo brano di HELP! abbracci un tono colloquiale e pepato, che coinvolge e trascina l’ascoltatore. La sua bellezza sta nella scelta acustica e in quella familiarità d’ascolto che sviluppa un fascino senza tempo.  

Eleanor Rigby (1966)

Nel 1966, REVOLVER si fa portavoce di un avanguardismo intriso di psichedelia, filosofia e spiritualità. Un album caleidoscopico in cui spicca su tutte le tracce Eleanor Rigby. In una cornice imponente di archi, il brano sprigiona tutta la sua drammatica intensità, sillabando tematiche come la morte e la solitudine, nella coltre funerea di anime dirette a un inequivocabile fine.

The Fool On The Hill (1967)

Davanti a un prodotto come il film Magical Mystery Tour, i Beatles hanno fatto un passo indietro. E, nonostante sul piccolo schermo il prodotto sia stato un flop, il doppio EP omonimo pubblicato nel 1967 contiene dei brani molto interessanti. Tra questi, una menzione speciale la merita The Fool On The Hill, traccia ipnotica, onirica e celestiale, contornata da flauti e chitarre acustiche. La sua composizione è quasi sicuramente influenzata dalla vicinanza spirituale dei Beatles al guru Maharishi Mahesh Yogi.

Penny Lane (1967)

Penny Lane ha reso celebre in tutto il mondo una strada di Liverpool, presso cui, nel 1967, sostava McCartney in autobus aspettando Lennon. Sicuramente un brano di specifica impronta iconica, questo particolare pezzo ha suscitato recentemente controversie per un possibile collegamento della via omaggiata con il nome di un mercante di schiavi. Ecco dunque come un singolo riferimento torni nel corso del tempo con viva presenza. Nel nostro caso, però, questo splendido brano è un omaggio all’infanzia dei Beatles.

Hey Jude (1968)

Traccia dell’enigmatico WHITE ALBUM (1968), Hey Jude è una di quelle canzoni che si imprimono nella memoria e non l’abbandonano più. Non si può prescindere dall’immaginarla cantata a squarciagola da un coro di persone, con tutta la sua magica potenza ritmica. E che sia velatamente dedicata a John Lennon o un affettuoso omaggio al figlio di quest’ultimo, Julian, la canzone resta una perla unica. Basti pensare che, con i suoi sette minuti di durata, è uno dei singoli più lunghi mai arrivati in vetta alle classifiche.

Blackbird (1968)

Rimaniamo sul mistico WHITE ALBUM con un brano dalla bellezza struggente. Si tratta di Blackbird, la cui semplicità compositiva si accosta a un profondo significato politico. Macca parla di uguaglianza e diritti civili, cantando, attraverso l’immagine allegorica del merlo nero dalle ali spezzate, i neri statunitensi oppressi dalla discriminazione e dalle ingiustizie delle repressioni sessantottine. Rimane così solo McCartney con la sua chitarra, a raccontare con una voce appena accennata una sofferenza che non può essere taciuta.

Helter Skelter (1968)

Pete Townshend degli Who definisce I Can See For Miles come “la canzone più sporca, selvaggia e rumorosa mai registrata” e Macca risponde con Helter Skelter. Il suo titolo è sinonimo di pietra miliare del rock, ma anche della maledizione che si è accanita sul brano dopo l'eccidio di Cielo Drive orchestrato da Charles Manson. Così il ruggito feroce dei Beatles appare al serial killer come un inno all’apocalisse, ma in realtà si tratta di una rivoluzione musicale, tanto che il pezzo è considerato il progenitore dell’heavy metal.

Let It Be (1970)

Non particolarmente amata da Lennon, in quanto una canzone più affine allo stile degli Wings piuttosto che dei Beatles, Let It Be è la title track di un album complesso. Siamo infatti nel 1970 ed è già stato ufficializzato lo scioglimento di una band ormai frammentata al suo interno da tempo. McCartney sceglie così la strada di una dolcezza insita della spiritualità gospel ed evocativa del ricordo della defunta madre. Un pezzo di indubbio successo e apprezzamento, che propone l’eleganza pop del cantautore.

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