Il punk ha ucciso il rock?

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Hanno risposto a questa domanda Cristiana Turchetti e Mark Paytress, su «Classic Rock» n. 104. Rivelando due opinioni completamente diverse.

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Dopo il punk, il meglio

Cristiana Turchetti

Innanzi tutto, dobbiamo sottolineare che gli anni Ottanta e i giovani degli anni Ottanta sono figli, anche letteralmente, di coloro che hanno vissuto le rivoluzioni culturali degli anni Sessanta e Settanta e che le hanno viste fallire. Il mondo stava cambiando e la musica non poteva star ferma a osservare il cambiamento. Gli anni Ottanta sono stati anni di individualismo estremo, dovuto, soprattutto, al fallimento dell’idealismo degli anni precedenti.

La ricerca edonistica di un’immagine, anche musicalmente parlando, non arriva come un fulmine a ciel sereno, ma è annunciata a viva voce dagli artisti che hanno cercato, chi bene, chi male, di sopravvivere a quella transizione epocale. Dire che i giovani degli anni Ottanta fossero più inclini a divertirsi che a impegnarsi politicamente e socialmente può essere vero, ma fino a un certo punto.

Ritrovarsi in un mondo che si stava aprendo a tutti, senza confini, è stato entusiasmante e difficile; allo stesso tempo, gestire la disillusione per il tramonto di alcuni ideali è stato pesante e, in termini musicali, ha prodotto da un lato canzoni in scatola per chiunque avesse voglia di leggerezza, dall’altro artisti che sono stati capaci di fare proprio quel disincanto e quell’emergenza esistenziale.

Cito i Bauhaus come esempio di approccio impegnato, arrabbiato e per nulla superficiale al fallimento del genere umano; voglio nominare anche i Cure, che sono andati avanti coerentemente come poeti solitari e disperati e che sono ancora qui con noi, a parlare al cuore di chi li ascolta, al di là del trucco che Robert Smith decida o meno di mettersi in faccia.

C’è stata indubbiamente un’omologazione del suono, ma anche su questo piano ci sono delle signore eccezioni: Depeche Mode, Tuxedomoon e Japan per fare qualche nome, così come non sorvolerei sull’impegno politico degli U2, piuttosto che sulla capacità lirica di band come i Cocteau Twins o Echo and the Bunnymen. C’è pregiudizio e snobismo da parte di chi liquida gli anni Ottanta come la morte del rock ma, mi si passi l’azzardo, alla fine del Settecento si diceva così anche dello Sturm und Drang, quel movimento letterario che predicava un linguaggio meno elitario, più popolare, più vicino all’anima degli individui e che ha contribuito fortemente ad abbattere muri, preconcetti e barriere culturali nei secoli a venire.

Dopo il punk, il nulla

Mark Paytress

Nel 1981/1982 assistiamo alla fine di un’incredibile esplosione di cultura popolare, quella punk e post-punk; è stato il fenomeno musicale più rilevante dopo la psichedelia negli anni Sessanta e, come allora, siamo stati di fronte a un movimento giovanile che cercava in tutti i modi di rovesciare lo status quo. La grande delusione per me è stata vedere tutta questa nuova energia, legata alla curiosità, alla cultura e all’arte, dissolversi in acqua fresca.

Dopo il 1982 non ce n’era più traccia, in parte per la sua stessa natura autodistruttiva, in parte a causa dell’establishment musicale di allora, perché le case discografiche avevano iniziato a promuovere delle etichette falsamente indipendenti e anche perché molti artisti che avevano calcato la scena punk sentivano il bisogno di diventare delle pop star.

Poi c’è un fattore generazionale, i “nuovi giovani” degli anni 80 hanno sentito più il bisogno di divertirsi che di impegnarsi troppo nella realtà politica e sociale del momento e questo ha ingabbiato la musica per l’ennesima volta. Il punk, inoltre, ha regalato un’estetica potente e conflittuale che aveva una sua credibilità, mentre, qualche anno dopo, arrivano, per esempio, i new romantics che prendono in prestito gli elementi esteriori del punk e li svuotano del loro significato; band come i Police e i Duran Duran hanno assunto l’immagine della ribellione privandola della sua anima e per me incarnano tristemente i simboli peggiori di quel momento storico, thatcherismo e reaganismo.

Il suono, poi, è un suono in scatola, omologato, creato dai nuovi ingegneri del suono e che ha reso simili Tina Turner, Rolling Stones e Abc, un suono distante anni luce da quello che nasceva dagli artisti punk alla fine degli anni Settanta, da quella musica composta nella propria camera da letto o in cantina che contribuiva a dare un’enorme varietà di scelta, penso a Throbbing Gristle, Siouxsie and the Banshees and Pere Ubu.

Questo, secondo me, è l’elemento più importante, la possibilità che avevi allora di scegliere e di non subire un processo di omologazione al ribasso che, invece, negli anni Ottanta, ha appiattito il gusto, fino al paradosso di vedere giovani e anziani ascoltare insieme gruppi come gli U2 e i Fleetwood Mac, musica impacchettata con grazia come deliziose scatole di cioccolatini, consumati in allegria mentre noialtri piangevamo disperati la dipartita della musica Rock.

Questo articolo è tratto da «Classic Rock» n.104, disponibile in tutte le edicole e sul nostro store online.

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