I Beatles e la pubblicità: la storia del caso Nike

The Beatles look out of the Magical Mystery Tour coach skylight, on location in England in September 1967.

I Fab Four sono stati protagonisti di una vasta collezione di jingle pubblicitari, oltre ad aver partecipato in prima persona ad alcune pubblicità. Ma uno storico episodio del 1987 sollevò un polverone mediatico e giuridico su uno spot della Nike, affiancato dal brano Revolution.  

Sono tre le date fondamentali della storia che ci apprestiamo a raccontarvi. La prima è il 1968, anno in cui i Beatles intrapresero un celebre viaggio spirituale in India e in cui nacquero la maggior parte delle canzoni contenute nel WHITE ALBUM. Tra queste Revolutionpensata in origine dal suo autore, John Lennon, come una ballad acustica, ma passata alla storia nella sua seconda versione, dal piglio venale e dalle vibranti distorsioni rock. Quando uscì, nell'anno rivoluzionario per eccellenza, apparve sul lato B del singolo capitanato da Hey JudeCome possiamo immaginare, il brano di Paul McCartney fu subito un successo, portandosi a casa 8 milioni di copie venduteRevolution, invece, rimase più nell'ombra, ma non mancò di attirare critiche. 

Il brano rifletteva il desiderio di un cambiamento, nella forma di una rivoluzione che non sarebbe dovuta sfociare nella violenza. Un pezzo molto personale per Lennon, che da quel momento fu vestito di un preciso orientamento politico. Nel tempo, però, Revolution si assopì tra le fila di altre grandi hit dei quattro di Liverpool, attraversando la nostra seconda data, il 1980. L'8 dicembre di quel fatidico anno, a poco più di un mese dal suo 40esimo compleanno, Lennon cadde sotto i colpi di arma da fuoco di Mark Chapman. Tutto il mondo ne pianse il brillante lascito e i suoi fan attorniarono il primo locale in cui suonò, il Cavern Club di Liverpool, in segno di commemorazione. 

Poi gli anni passarono e un altro inedito protagonista si inserì sul percorso dei Beatles: la Nike. Siamo alla nostra ultima tappa, il 1987, e la piccola agenzia pubblicitaria Wieden + Kennedy chiese Revolution come colonna sonora per un cliente in rapida espansione. La Nike divenne così portavoce del primo spot della storia che usava una canzone originale di un gruppo e non una sua cover. Per farlo venne richiesto il permesso a Yōko Ono, che accettò così che il brano potesse essere una fonte d'ispirazione per le nuove generazioni e rinascere sotto il suo vessillo rivoluzionario. Si stima che la cifra per la concessione in licenza fu tra i 7 e 10 milioni di dollari, ma ai Beatles non piacque la scelta.

Se viene permesso una volta, ogni canzone dei Beatles mai registrata pubblicizzerà biancheria intima. Una cosa è quando sei morto, ma noi siamo ancora in giro! Non hanno alcun rispetto per il fatto che abbiamo scritto e registrato quelle canzoni.

Queste le parole di George Harrison, che più di tutti contrastò la commercializzazione del brano. E la faccenda acquisì proporzioni epiche quando l'opinione pubblica si inserì nel dibattito, tanto da sedimentare riflessioni che, nel 2018, hanno dato origine al saggio più completo sull'argomento: Advertising Revolution: The Story of a Song, from Beatles Hit to Nike Slogan di Linda Scott e Alan Bradshaw. Un crocevia di opinioni come quelle che affiorarono all'epoca dai media, molti dei quali concordi sul fatto che lo spot svilisse l'intento originario della canzone. A tal proposito il «Time»  si espresse così: 

Mark David Chapman lo ha ucciso. Ma ci sono voluti un paio di dirigenti discografici, un’azienda di sneaker e i suoi fratelli più cari per trasformarlo in uno scrittore di jingle.

In risposta la Apple Records fece causa allo spot per 15 milioni di dollari e l'anno successivo il videoclip originale, con Michael Jordan tra i protagonisti, venne ritirato e sostituito. Tuttavia, la spinta che Revolution, brano inizialmente di nicchia, diede alla Nike, fu spettacolare. A inizio 1991 il noto marchio deteneva già il 29% del mercato delle scarpe da atletica e vendite oltre i 3 miliardi di dollari. 

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