Dream Theater: l’ultimo album raccontato da James LaBrie

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Dalla vivissima voce di James LaBrie, i Dream Theater presentano il loro quindicesimo album in studio.

Intervista di Luca Fassina - Articolo tratto da Classic Rock 108, disponibile in tutte le edicole e sul nostro store online!

I pionieri del progressive metal si sono rimboccati le maniche e hanno creato il loro quindicesimo capolavoro: un album che si presenta con la copertina del maestro Hugh Syme (se non l’avete, procuratevi il suo libro Art of Rush), prodotto dallo stesso John Petrucci, è già una garanzia di continuità, sia visiva che musicale, nella qualità dei Dream Theater. Sette lunghe canzoni fatte di riff importanti e grandi melodie, registrato nel Dream Theater Headquarter, una sorta di centro polifunzionale che la band si è costruito in quel di New York. Ma con un James LaBrie… virtuale.

Come è andata questa odissea?

Quando abbiamo deciso di iniziare le registrazioni, io ero bloccato in Canada per la pandemia. Gli altri si sono ritrovati al DTHQ, ma era palese che per me andare avanti e indietro dagli States sarebbe stato impossibile, così abbiamo usato Zoom e mi sono  collegato dallo studio che ho in cantina. Ci potevamo vedere sui monitor e sentirci in diretta, era quasi come essere lì. Ci sono stati anche dei vantaggi: ogni volta che mi veniva un’idea, potevo metterli in mute per ragionare e poi ricollegarmi una volta schiarite le idee, mentre quando sei in studio con loro e ti viene un’idea è un casino: t’immagini i ragazzi lanciati in un pezzo per vedere se funziona e io che alzo la mano e dico, “Fermi tutti, ho un’idea”?

Quando sei riuscito a vederli fisicamente?

Nel mese di marzo scorso sono andato all’Headquarter per registrare le voci. Ho potuto riabbracciare John Petrucci dopo tredici mesi in cui non lo facevo… è stato intenso. È stata anche la prima volta che io e John ci siamo ritrovati in studio assieme per registrare le mie voci, perché sin da A DRAMATIC TURN OF EVENTS ho sempre registrato le mie parti vocali in Canada, nello studio di Richard Chycki. È stato bello, perché se volevamo cambiare qualcosa nelle melodie o se le parole non sembravano seguire correttamente il flusso della canzone, potevamo fare le modifiche seduta stante. Abbiamo lavorato solo assieme a James Meslin e a Maddi Schieferstein; non ho visto la band che un paio di mesi dopo, per le foto nuove!

Avevi già lavorato nel nuovo Headquarter?

È stato inaugurato tre anni fa. Abbiamo fatto le prove del tour mondiale di DISTANCE OVER TIME, ma questa era la prima volta che registravamo materiale inedito. È uno spazio nostro con un grande magazzino per tutte le nostre attrezzature… possiamo usarlo senza limiti di tempo né liste di attesa. Soprattutto, durante la pandemia, le uniche persone ad avere accesso erano la band, gli assistenti e i tecnici. È stato più semplice lavorare in sicurezza. Spero che la pandemia abbia insegnato qualcosa alle persone, a non dare nulla per scontato, riflettendo sulla nostra fragilità, sulla nostra umanità, sul rispetto, la pazienza, la comprensione reciproca e su quali sono le cose veramente importanti della vita. Sarebbe bello se imparassimo a trattarci in maniera più equa e rilassata.

Avevate un obiettivo in mente durante il songwriting?

L’esser stati in tour per oltre un anno suonando SCENES FROM A MEMORY dall’inizio alla fine ha lasciato sicuramente un segno indelebile in tutti noi. Direi che ci sono stati residui che hanno portato alla nuova musica, semi che sono cresciuti. Quando suoni in quel modo un disco del genere, ti puoi concentrare sulle piccole cose che lo hanno reso estremamente speciale, sei in grado di capire cosa lo ha fatto diventare quello che è oggi. Per noi era importante, a questo punto della carriera, avere una nuova track epica: per me A View From the Top of the World ha dettato il tono del resto del disco.

Quali sono i pezzi nuovi che più si adattano al live?

The Alien è stato il primo pezzo che abbiamo scritto e apre il disco come una sorta di biglietto da visita: mio figlio mi ha segnalato un’intervista di Elon Musk nella quale, in pratica, gli alieni siamo noi, che andiamo a colonizzare altri pianeti del sistema solare.
Sleeping Giant sembra una colonna sonora, è stato un pezzo tosto da cantare; adoro il fraseggio tra John [Petrucci, ndr] e Jordan: quando s’inseguono in quel modo approfondiscono e arricchiscono l’esperienza musicale di ogni composizione. Answering the Call è un brano che credo sia nato attorno a una progressione di accordi di John [sempre Petrucci, ndr]. E ovviamente, A View, che è un pezzo epico, un vero e proprio compendium di quello che siamo, che incorpora tutte le nostre sfaccettature. Inoltre, Jordan ha una delle banche dati musicali più grandi e costose che abbia mai visto in vita mia e non ha esitato a usarla!

Come avete approcciato il nuovo tour?

Abbiamo fatto le prove all’Headquarter per una decina di giorni, assieme ai tecnici audio, al direttore delle luci… la fase di preproduzione è essenziale per un tour di questa portata, per vedere se le scelte fatte sono congrue, sistemare la scaletta… Sarà bello poter essere nuovamente una band.

Ci vediamo in Italia per le tre date di maggio 2022?

L’Italia è incredibile per noi, abbiamo sempre avuto esperienze fantastiche, sin dal nostro primo concerto, nel novembre 1992 a Milano. Rimasi stupito dalla reazione dei fan che cantavano a squarciagola, facevano air guitar… una comunione di anime che celebravano la Musica. Per non parlare del cibo e del vino!

Questa intervista da Classic Rock 108, disponibile in tutte le edicole e sul nostro store online!

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