Non è un paese per Litfiba

Liftiba, foto di Riccardo Piccirillo
Liftiba, foto di Riccardo Piccirillo

Scatta “l’ultimo girone” per una band che è patrimonio nazionale. “Siamo felici di chiuderla qui ”, dicono. Noi non ci crediamo. Perché abbiamo bisogno di non crederci.

Testo di Fabio Cormio

Piero Pelù ha un chiodo rosso, lo stile testosteronico di sempre, da rocker nativo americano uscito da Renegade, con lacci, laccetti, pacco in evidenza e capello selvaggio legato in un cipollotto. Quel tipo di tamarrismo che addosso a lui ci sta tutto, mentre su chiunque altro sarebbe cringe.

Ghigo Renzulli gli siede a fianco, compassato, berretto e giacca militare. Il facciotto è quello bonario di sempre, più da amico al bar che da eroe delle sei corde. Eppure è stato a lungo il chitarrista più amato e imitato d’Italia. Pur pensante e vitale, lui è la spalla del diavolaccio super macho che scalpita e ruggisce, dell’omaccione generalmente considerato il miglior frontman del rock italiano. Un equilibrio naturale, quello dei due amici.

Nel 2022 la storia dei Litfiba compirà il quarantaduesimo anno e, giurano i due ostentando un gaudio straniante, si concluderà per sempre.

Liftiba | foto di Riccardo Piccirillo
Liftiba | foto di Riccardo Piccirillo

L’ultimo girone”, dicevamo. Un titolo, quello del tour d’addio, che vuole sgombrare il campo a equivoci. I titolari del marchio Litfiba, Piero e Ghigo, saranno accompagnati da ottimi turnisti e lasceranno (un pochino di) spazio a ospiti, tra i quali - tra i quali! - Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo, rispettivamente tastierista e bassista della formazione storica, da molti ritenuti l’anima musicale dei primi tre album dei Litfiba, quelli a cavallo tra dark, new wave, concessioni ad atmosfere latine e sperimentazione. Ecco, riguardo a loro non abbiamo sentito parole, se non una menzione en passant. Parole che invece avremmo trovato eleganti.

I Liftiba alla conferenza stampa di oggi
I Liftiba alla conferenza stampa

Ma torniamo all’annuncio dell’addio. Abbiamo avuto l’impressione che a Piero (è lui che ha tenuto banco nell’incontro con la stampa) importasse molto, addirittura troppo, spiegare che i Litfiba sono appagatissimi dei loro grandi successi, ribadendo i 10 milioni di dischi venduti, la fama raccolta in Francia (e Svizzera e Belgio) prima che in Italia, sottolineando una serie di primati, tra i quali l’impegno dei testi, con un preciso elenco di temi toccati (il pacifismo, l’antimilitarismo, l’anticlericalismo, il nucleare, l’attenzione alle etnie, la diversità, la malattia mentale).

Tutto vero, sia chiaro, Pelù non millanta nulla. Se avete almeno trent’anni e i vostri orizzonti andavano oltre Molella e Gigi Dag, ricorderete bene che roba pazzesca sono stati i Litfiba tra la fine degli ottanta e la metà dei novanta: avevano fatto tanta gavetta, prima, ma in quel periodo dorato raccolsero molto, in pratica capitalizzarono quando gli “hua!” e gli “wha-wha”, l’istrionismo e lo spettacolo avevano, se non soppiantato, perlomeno guadagnato maggior risalto rispetto all’originalità della proposta musicale.

Quando vidi i Litfiba dal vivo al forum di Assago per il tour di Spirito, mi divertii moltissimo e uscii felice ed esaltato, nonostante delle sonorità e dell’identità nate a Firenze nella cantina di via Dei Bardi non si trovasse già più traccia. Per essere chiari: Desaparecido, 17 Re, Litfiba 3 erano stati gemme inestimabili, ma El Diablo e Terremoto, pur molto diversi (anche tra loro), pur ormai mainstream, spaccavano ancora, erano un urlo generazionale non posticcio, un invito a pensare, a smarcarsi dalle convenzioni. Un’energia contagiosa permeava messaggi giusti ma non scontati. I Litfiba facevano incazzare un sacco di gente su scranni e poltrone, dai politici al papa: rompevano i coglioni.

Oggi i Litfiba abbassano la serranda. Perché? Ecco il nodo: perché non è più un paese da Litfiba. Perché a Milano suoneranno all’Alcatraz, ma la dimensione della band - con tutto il rispetto per l’Alcatraz - non dovrebbe essere quella. I Litfiba sono, non dico il meglio, ma certamente “la cosa più grossa” che il rock italiano abbia avuto. Con i loro scazzi, le loro cadute, il tempo che passa. Ma gli scazzi, le cadute, il tempo, i dischi loffi, non sono forse storia normale per TUTTE le grandi band internazionali? Band che però non mollano mai, anche a 80 anni. I Litfiba ne hanno 20 in meno.

L’Italia è piena di tribute band dedicate a loro; perlomeno quindici loro pezzi sono inni che tutti conoscono, poi, certo, possiamo discutere se sia bello che Lo Spettacolo o Regina di Cuori vengano ricordate più di Istanbul e Paname. Ma i Litfiba, i Litfiba “come band”, oggi non ci sono da nessuna parte. Non li trovi in TV, sono poco social, paradossalmente sono troppo giovani per assurgere a band di culto, di quelle a cui dedicare un docufilm.

Peccato perché nel panorama del rock italiano, parafrasando Arbasino, i Litfiba sono tra i pochi che meritano un posto da “venerati maestri”. Il disinteresse generale che avverto rischia di farli passare invece per “soliti stronzi”. Solo per me questa cosa è intollerabile?

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