Arrivato nei negozi nel gennaio del 1975, BLOOD ON THE TRACKS è uno dei capitoli più apprezzati e importanti dell’allora già lunga saga dylaniana. Apprezzato perché... beh, ci mancherebbe pure che non lo fosse, importante non per il rientro in casa Columbia dopo la fulminea e non irresistibile parentesi alla Asylum ma per un altro ben più significativo ritorno, quello agli standard di spessore dei suoi capolavori dei Sixties; non è casuale che negli oltre quattro decenni seguenti l’uscita di un nuovo Lp davvero valido sarebbe stata spesso salutata dalla critica con un eloquente “il miglior Dylan dai tempi di BLOOD ON THE TRACKS” e non “di BLONDE ON BLONDE”. Una resurrezione inequivocabile, insomma, che un anno dopo avrebbe avuto in DESIRE un “sequel” (quasi) altrettanto convincente.
La bontà dell’album ebbe piena corrispondenza nei riscontri commerciali, con il primo gradino della classifica USA, il quarto di quella britannica e i milioni di copie vendute in ogni parte del globo. Un successo non proprio scontato alla luce del dolore espresso dai testi, rimarcato da un titolo esplicito come “sangue sui solchi”, che chiunque collegò ai problemi di coppia con la consorte ma dei quali l’autore ha più volte negato i riferimenti autobiografici, dichiarandoli invece ispirati da Cechov; a un Premio Nobel si deve rispetto e dunque si ignorino le parole del figlio Jakob, che descrisse la scaletta – dieci episodi per una durata totale che sfiora i cinquantadue minuti – come una sorta di dialogo tra i suoi genitori, e si finga di credere che gli spunti derivassero dalla letteratura russa e non dalla crisi del matrimonio con Sara Lownds, poi implorata chiamandola per nome in DESIRE (vanamente: i due divorziarono nel 1977).

La fonte ha un peso relativo di fronte ad esiti tanto esaltanti sotto il profilo poetico, dell’intensità e della qualità musicale garantita dai session men appositamente reclutati e dall’approccio istintivo di Dylan, affine a quello adottato nei 60. Nell’ottica di riallacciarsi al glorioso passato va vista anche la scelta di registrare agli A&R Studios di New York, nei quali l’Uomo di Duluth aveva realizzato una mezza dozzina di Lp quando erano ancora lo Studio A della Columbia, benché cinque brani siano in seguito stati reincisi in quel di Minneapolis per conferire alla sequenza un piglio più rock di quello che avrebbe avuto nella stesura originale…