Classic Rock Interview: PETE TOWNSHEND

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Leggi un estratto dell’intervista a PETE TOWNSHEND degli WHO dall’ultimo numero di CLASSIC ROCK!

Con gli Who, PETE TOWNSHEND  ha scritto un bel po’ di inni immortali del rock. Come solista ha prodotto con parsimonia, senza mai tradire la sua storia. Da ragazzo si augurava di “morire prima di invecchiare”, ma per fortuna lassù non lo hanno ascoltato.

Intervista: Ian Fortnam Foto: Ross Halfin

Mentre la Seconda guerra mondiale si avviava alla conclusione, Peter Dennis Blandford Townshend nasceva nell’ospedale di Chiswick, zona ovest di Londra. I primi anni di vita di Pete furono modellati dall’austerità che caratterizzava l’immediato dopoguerra e da un background familiare insicuro: suo padre Cliff era musicista professionista e seppe della nascita del figlio nel bel mezzo di un concerto in Germania con l’orchestra da ballo della RAF. Sua madre Betty, un’ex cantante che aveva mentito sull’età per arruolarsi nel 1941 e che era finita a cantare con il gruppo del suo futuro marito, era così furiosa per l’assenza di Cliff che andò via da casa. La coppia si riconciliò presto, ma il matrimonio – e l’infanzia di Pete – fu segnato da una continua incertezza, culminata quando Pete fu spedito a vivere con una nonna “alquanto strampalata”, decisione avventata che avrebbe portato a conseguenze significative e durature. Circondato dalla musica, all’inizio il ragazzo cercò conforto nell’armonica a bocca del padre, ma quando vide i Bill Haley’s Comets nel film Rock around the Clock decise che la chitarra era “l’unico strumento che contava”.

Con l’arrivo dello skiffle nel nascente panorama rock’n’roll britannico, nel 1957 il dodicenne Pete salì per la prima volta su un palco, suonando freneticamente un banjo in un ibrido dixieland jazz/ skiffle dei Confederates (che comprendevano anche John Entwistle alla tromba) al Congo Club di Acton, sempre nella zona ovest di Londra. Pochi mesi dopo essersi iscritto all’Ealing Art College, nel ’61, la sua padronanza di Man Of Mystery degli Shadows indusse l’inquietante teddy boy Roger Daltrey – vecchia conoscenza dei tempi della scuola, da cui era stato espulso senza tanti complimenti per aver fumato in classe – a invitarlo a unirsi al suo gruppo, i Detours. Prima di allora, i rapporti tra Townshend e Daltrey erano stati leggermente burrascosi…

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I tuoi genitori ti hanno incoraggiato a intraprendere una carriera come musicista professionista, o al contrario ti hanno scoraggiato?

Mio padre era un musicista professionista in un gruppo da ballo [il primo ingaggio di Cliff Townshend fu come sassofonista tenore nel popolare gruppo jazz nato in seno alla RAF, gli Squadronaires, ndr], quindi suonava musica piuttosto semplice, ma era un bravo musicista. Spesso suonava in varie orchestre, clarinetto e clarinetto basso, e sapeva leggere qualsiasi partitura. Mia madre da giovane era stata una cantante [Betty lavorò con le orchestre di Sidney Torch e dei Les Douglass, ndr] e un sacco di pezzi grossi delle case discografiche le diedero la caccia. Era molto bella e aveva una voce deliziosa, ma quando la guerra finì e nacqui io [Pete venne al mondo il 19 maggio 1945, appena 11 giorni dopo il V-Day, ndr] fecero la stessa vita del resto della popolazione del dopoguerra, ossia cercarono di sbarcare il lunario. Io sono stato sballottato parecchio da piccolino, e alcune cose successe – non tutte – furono davvero raccapriccianti. I miei genitori per un po’ si separarono. Ebbero i loro alti e bassi. Quando avevo circa sette anni si sono rimessi insieme cercando di ricominciare da capo, e hanno iniziato a cercare di avere un altro figlio.

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