Giuseppe Vessicchio, addio al maestro che dirigeva l’italiana leggerezza

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Lo “strapuntino” dell’Ariston si spegne a 69 anni: un’ombra sul palco del Festival di Sanremo. Ecco le cause della morte di Giuseppe (Beppe) Vessicchio.

8 novembre 2025 – Roma. Oggi si eclissa un’icona della musica leggera italiana: il maestro Giuseppe Vessicchio — per tutti “Peppe” — è morto all’età di 69 anni presso l’ospedale Ospedale San Camillo‑Forlanini a Roma, a causa di una polmonite interstiziale che lo ha tradito in tempi rapidissimi. Il mondo della musica italiana oggi saluta un uomo che sapeva fare della bacchetta un linguaggio familiare eppure carico di rigore.

Nato a Napoli il 17 marzo 1956, Vessicchio ha attraversato decenni di musica italiana ‒ da arrangiatore a direttore d’orchestra, da compositore a volto televisivo. Nei primi anni lavora con nomi come Gino Paoli, Edoardo Bennato, Peppino di Capri, scrivendo successi come Ti lascio una canzone e Cosa farò da grande.

Ma il legame che lo consacra è quello con il Festival di Sanremo: debutta come direttore d’orchestra nel 1990, e vince per ben quattro volte la kermesse in questa veste ‒ nel 2000 con gli Piccola Orchestra Avion Travel (con «Sentimento»), nel 2003 con Alexia («Per dire di no»), nel 2010 con Valerio Scanu («Per tutte le volte che») e nel 2011 con Roberto Vecchioni («Chiamami ancora amore»). 

Lo stile di Vessicchio era un equilibrio fra cultura musicale alta e popolarità televisiva: sempre dietro le quinte della grande orchestra, eppure con presenza riconoscibilissima, sorriso discreto, e un certo charme ironico che lo portava a essere “la bacchetta” amica del pubblico. Nei programmi ­tv, nei talk, nei talent televisivi ha saputo fare da ponte fra l’esperienza della musica colta e il mondo mainstream.

Il suo contributo non si è limitato solo al palco dell’Ariston: ha collaborato con artisti italiani e internazionali dal calibro di Andrea Bocelli, Zucchero, Ornella Vanoni. Era maestro anche nell’insegnamento musicale: per generazioni ha rappresentato un modello per chi voleva «fare musica» davvero.

Oggi la notizia della sua scomparsa lascia un vuoto profondo. Una vita dedicata alla musica leggera e popolare, ma con radici nella cultura, nell’arrangiamento e nella direzione d’orchestra. Anche per chi non lo conosceva da vicino, la sua figura era riconoscibile: simbolo di quel “fare bene la canzone italiana”, di quel momento in cui l’orchestra si curvava e poi si apriva, e le note respiravano all’unisono con il pubblico.


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