Il frontman degli Alter Bridge, Myles Kennedy, ci parla del dolore della perdita e di quanto si ritiene fortunato a non chiamarsi Kardashian…

Ogni vero hard rocker ha dentro di sé un disco acustico fatto col cuore. I semi di YEAR OF THE TIGER di Myles Kennedy risalgono al 1974, quando la morte prematura di suo padre lo colpì con un dolore immenso. Ma il doppio lavoro del cantante di Alter Bridge e Slash ha fatto sì che solo oggi questo disco – a lungo rimandato – potesse prendere forma, annunciato da un sapore di antiche radici e profonda sincerità.
Era un peso che dovevo togliermi dal cuore”, ci dice Kennedy, “ed è per questo che il disco è così catartico”.

È il tuo primo tentativo solista, ed è molto personale. E molto coraggioso. 
Coraggioso o stupido, dipende dai punti di vista. Ma ho dovuto fidarmi del mio istinto e seguire il cuore. Volevo che fosse essenziale, acustico, basato molto sui brani e sulla voce. Il disco che avevo iniziato a registrare era troppo pesante. Ho deciso che non era il momento giusto per realizzarlo.

L’idea che sta dietro a YEAR OF THE TIGER ti è stata ispirata dalla morte di tuo padre. Che è successo?
Da bambino, vivevo in una famiglia che seguiva la confessione della Christian Science. La dottrina base è che devi confidare più nelle preghiere che nella medicina. E così, mio padre si ammalò ma non andò mai da un dottore, non fu mai curato, e alla fine morì. Era così sicuro della sua fede, che alla fine lo perdemmo.

Molti musicisti rock hanno perso i genitori. Credi sia solo una coincidenza?
Hai ragione, è successo a molti, da Bono a Jeff Buckley – e la lista potrebbe continuare. Forse cerchi di ritrovare qualcosa che hai perduto e ti ritrovi a scrivere canzoni.

Diciamo che tu abbia la possibilità di rivivere sei mesi della tua vita. Quale periodo sceglieresti?
Probabilmente, tornerei indietro di dieci anni, per rivivere ancora una volta la gioia di suonare con John Paul Jones, Jimmy Page e Jason Bonham. Ci ripenso spesso.

Supponiamo che parte di quel materiale sia stato registrato. Vedrà mai la luce? 
No, no, non è mai stato registrato in via ufficiale. Erano solo delle jam.

Qual è la cosa più dura dell’essere famoso?
Be’, a me va ancora bene. A paragone di altri, posso scendere dal palco, attraversare la strada e prendermi un caffè. Magari uno o due mi riconoscono anche, ma son sono ai livelli delle Kardashian…

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