BITCHES BREW: Miles Davis alla ricerca di nuovi sound

Uscì esattamente 50 anni fa e cambiò per sempre la musica jazz. Ecco tutta la storia di BITCHES BREW, doppio album di Miles Davis.

Vendette mezzo milione di copie, entusiasmò (e sconvolse) sia gli amanti del rock che quelli del jazz. Stiamo parlando di BITCHES BREW, il capolavoro di Miles Davis che la Columbia Records pubblicò il 30 marzo del 1970.

Alla fine degli anni 60, il compositore e trombettista Miles Davis era noto al mondo per aver innovato profondamente la musica jazz, ideando diversi stili quali il cool e il modal jazz. Ma la sua evoluzione musicale era solo all'inizio. Il jazz di Davis non aveva ancora incontrato il rock. L'ipotesi di un'unione tra questi due generi musicali si profilò dopo il Festival di Woodstock, tenutosi nell'agosto del 1969.

Affiancato dal suo produttore, Toni Macero, Davis si inoltrò nei territori del rock o del "fusion", come viene spesso definito. Si dotò di nuovi musicisti, nuovi strumenti ed effetti elettronici da mixare. Entrò poi in studio e, in soli tre giorni, registrò tutto il materiale, come in un'unica, lunga, jam session. 

Per l'occasione, Davis modificò anche il proprio look, indossando, come molti musicisti rock del tempo, vistosi occhialoni neri e camicie dai colori sgargianti.

BITCHES BREW apparve dunque come il frutto di questo tentato connubio tra jazz e rock. Ci si aggiunse il mal d'Africa. L'Africa è infatti un inevitabile retroterra culturale da cui Davis attinse il materiale per le sue composizioni. La sorgente dell'atmosfera ipnotica che caratterizza il disco.

Il titolo dell'album, invece, è molto curioso e costituisce ancora oggi un intraducibile gioco di parole. In inglese esiste infatti l'espressione "witches brew", resa spesso sia come "pozione magica" che "calderone delle streghe". La parola bitch invece è nota per il suo significato dispregiativo ("cagna"). Esiste però anche l'aggettivo bitching, ossia "eccellente, buono". 

Ancora più misteriosa è la copertina.

La cover dell'album è opera dell'artista tedesco Mati Klarwein, che aveva già disegnato quella di ABRAXAS di Santana

Si tratta di un'illustrazione ai confini tra pop art e surrealismo. Sulla destra, l'immagine raffigura una coppia africana abbracciata che guarda oltre il mare e che si fonde con le nubi. A sinistra vi è un fiore in fiamme, e un volto nero. Sul retro di copertina, l'illustrazione continua: il viso diviene bifronte, con una metà bianca che si affaccia verso la notte stellata e due mani che si intrecciano. Tutti e due i volti sono imperlati di sudore, ma sul lato bianco esso è simile a sangue.

Completano il disegno un indigeno in piedi, nell'estasi di una cerimonia, mentre in basso a sinistra un'altra figura assorta, vestita di rosso.

Il tutto ci introduce in un'atmosfera onirica, quasi primordiale, come l'Africa a cui Davis fa riferimento. Davis inaugurò un nuovo stile, che sconvolse il pubblico, abituato a impianti jazz più tradizionali, sebbene innovati dall'interno.

I fan ascoltarono la musica di Davis e la ritennero oscura, distorta e in alcuni punti dissonante. Se pure non tutti la amarono, l'opera non passò affatto inosservata. Nel 1971 vinse un Grammy Award come miglior album jazz strumentale e nel 1999 il Grammy Hall of Fame Award.

Sicuramente – ed è il motivo per cui ricordiamo BITCHES BREW 40 anni dopo – da allora il jazz non è più stato lo stesso.

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