Joy Division: l’agghiacciante morte di Ian Curtis

Il 18 maggio 1980 si toglieva la vita Ian Curtis, frontman dalla voce profonda e baritonale, che ha guidato i suoi Joy Division per due gloriosi album.

Di questi, l’esordiente UNKOWN PLEASURE (1979) è considerato da «Rolling Stone» tra i 100 migliori album di debutto di tutti tempi. E CLOSER (1980), pubblicato due mesi dopo il suicidio di Curtis, non è da meno, anzi si rivelò una pietra miliare dle rock, tra post punk e new wave. E chissà quale destino avrebbe guidato la band, se l’ultimo anelito di vita di Curtis non lo avesse abbandonato, in un tragico e disturbante epilogo, a soli 23 anni. Sulla sua tomba a Macclesfield, a nord ovest dell’Inghilterra, è riportata una frase di drammatico trasporto, Love Will Tear Us Apart (L’amore ci farà a pezzi).

Un’intensa dichiarazione di fragilità, che trae ispirazione dal romanzo La casa delle bambole (1953) di Yehiel De-Nur, incentrato sulla storia delle prigioniere ebree dei lager nazisti, costrette a soddisfare sessualmente gli ufficiali della Gestapo. Quest’immagine accompagna l’atmosfera tetra dei Joy Division e incide sulla pietra quel verso che fece innamorare gli adolescenti anni Ottanta dello spirito di Curtis. E come ogni musicista diventato iconico nell’idolatria collettiva, la storia del cantautore è pregna di dolore. A partire dall’epilessia tonico-clonica di cui soffriva Curtis dal 1978 e che lo portava ad avere crisi sul palcoscenico.

Si tratta di una patologia legata alla percezione fotosensibile, tale da indurre attacchi e convulsioni alla vista di luci lampeggianti. Una vera fatalità per un giovane musicista all’apice del suo successo e invasato dall’esperienza febbrile delle luci da palcoscenico. Soprattutto se, come nel caso di Curtis, la diagnosi è arrivata in tarda età, a 22 anni, sfregiando un futuro luminoso con la consapevolezza di non poter più guarire. Da un giorno all’altro Curtis ha subito un drastico cambiamento del suo modo di vivere, incominciando ad abusare dei farmaci per la cura e sprofondando in un distruttivo turbine di depressione. Tutto questo traspare dalle canzoni di CLOSER, in particolare, e contribuisce a forgiare un’immagine di culto, rappresentata anche dal film Control (2007) di Anton Corbijn, disponibile su Prime Video.

Ma anche Deborah Woodruff ne parlò nella biografia Così vicino, così lontano. La storia di Ian Curtis e dei Joy Division, pubblicata nel 1995 da Giunti. A quindici anni dalla morte di Curtis, dunque, sua moglie, sposata a soli 19 anni e madre della sua bambina, ha rilasciato un ritratto intimo e controverso di Curtis. Ed è stata lei a trovarlo quel giorno del 1980, impiccato nella sua cucina con una lettera d’addio, in cui esprimeva l'amore per sua moglie, ma anche il desiderio della fine. Nonostante Curtis avesse iniziato a frequentare la giornalista Annik Honoré, considerata la musa della sua creatività oscura, rimaneva quel legame indissolubile con il suo rifugio familiare.

Sembra poi che il cantautore, poco prima di morire, abbia visto La Ballata di Stroszek, cult del 1977 di Werner Herzog. Un film che catalizza violenza, abbandono ed emarginazione in un futuro senza speranze. Il tutto accompagnato dall’ascolto dell’album di debutto di Iggy Pop, THE IDIOT (1977), avvolto allo stesso modo in uno scenario di decadenza e nichilismo. In questo modo, il ritratto degli ultimi momenti di vita di Curtis, è ancora più chiaro e stravolgente. E tutto questo ritorna tra le note di Love Will Tear Us Apart, che Bono Vox degli U2 descriverà così in relazione alla personalità fatale di Curtis.

Parlare con Ian Curtis era un’esperienza strana. Era come se ci fossero due persone dentro di lui. Quando parlava con te era delicato, educatissimo, la sua voce era leggera e di buone maniere. Poi andava dietro al microfono e si scatenava. E Love Will Tear Us Apart è esattamente come lui. Contiene due personalità diverse, come se in quel preciso istante fossero separate. Strappate in due.

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