Una Legacy Edition è un’occasione importante per restituire un capolavoro a chi l’ha amato alla sua uscita, e magari per reinventarlo con l’aiuto di materiali e contributi inediti o nuovi di zecca. Con COME È PROFONDO IL MARE, ci si è riusciti solo a metà. Peccato, perché è qui che inizia il Lucio Dalla che tutti abbiamo amato.

Ogni volta che penso a COME È PROFONDO IL MARE, penso a Gina e a Pina, due signore ormai sulla sessantina che incontrai un pomeriggio del 1978 a Roma, dalle parti di piazza Mancini. Lì c’era un teatro tenda allora molto di moda, dove Dalla era approdato per alcune date del suo tour. E loro erano due fan scatenate di Lucio, buffe, un po’ mattarelle, ma di una grande simpatia e dolcezza. A Gina, Lucio Dalla piaceva perché era piccolo, buffo e tenero, e soprattutto un po’ matto.

È uno spirito libero, diceva, estroso e solitario, che va in giro vestito male, che canta anche male, ma a lei piaceva tanto. Le piaceva soprattutto COME È PROFONDO IL MARE: il suono delle parole e tutte quelle chitarre che vanno, vengono, i suoni bassi che girano dovunque come pesci. L’ascoltavano continuamente, lei e Pina, fissando la copertina grande, quadrata, tagliata in due, un mondo sopra e uno sotto, e il titolo che scorre in mezzo portato dai pesci: COME È PROFONDO IL MARE / COME È PROFONDO IL MARE… Finiva e ricominciava, come il canto, come le onde, sempre uguali e sempre diverse, i suoni che si ammucchiano, crescono insieme alle storie, si gonfiano, diventano un’orchestra che travolge tutto e poi si spegne alla fine in una sorta di lamento ripetuto (stanno bruciando il mare / stanno uccidendo il mare). Era come un viaggio, un sogno, un libro, un ritmo che ti prende come una calamita, e quel suono, dove si sente la dolcezza di Lucio e dell’America. E il fischio come nei film di Morricone, come di uno che va in bicicletta sul lungomare.

Quando poi Lucio comincia a cantare, è come sentire uno di un altro mondo, la voce che arriva a onda, e quel testo lungo lungo come un treno di emigranti, che a un certo punto se ne va a fondo, nel mare, con i suoi vagoni carichi di persone, di morti di fame, di morti e basta, di pensieri, sogni, di storie prese chissà dove. Pina, che era stata maestra, diceva che Com’è profondo il mare si doveva imparare a scuola, come Pascoli e Leopardi, che era come una collana di perle, dove il filo è la musica e le perle le parole, tutte recuperate da dentro il mare di sassi di Gino Paoli. Molte, diceva, sono simboliche, come nelle poesie, dove ognuno ci può trovare cose diverse, se solo si lascia andare al ritmo increspato di quella canzone, al suo andare via lento, all’inizio quasi solenne, poi più malinconico.

Ecco, se io fossi stata la Sony, avrei messo nella Legacy Edition di COME È PROFONDO IL MARE il film che non ho mai girato di Gina e Pina che parlano della canzone di Lucio. Perché questa era la molla vera e segreta che ha spinto Lucio a fare quell’album: portare le sue canzoni tra la gente, le canzoni che sono anche le “loro” canzoni, inseguire le persone, tutte, per capirle e raccontarle. Lucio ha voglia di un pubblico più vasto, è affamato di gratificazione (come sempre), ha fatto di tutto per arrivare a questo tipo di risultato. Ha scoperto, a sorpresa, il successo con il disco sanremese di Gesù Bambino, e adesso quel pubblico vuole rispettarlo, conoscerlo. E allora, il disco da raccontare è questo: otto canzoni per incontrare la sua gente. Sempre che si parta dal presupposto che una Legacy Edition non è solo un’operazione commerciale per rimettere in circolazione qualche vecchio album, ristampato con masterizzazione digitale (aggiungendo magari come bonus una manciata di tracce inedite), ma una vera e propria rivisitazione culturale, artistica, creativa del materiale riproposto. Cioè dare all’ascoltatore, che è cresciuto con quei brani che in qualche modo gli appartengono, nuovi materiali di riflessione, che rimandano a quella storia in modo attuale e originale: in pratica, la restituzione di un disco che galleggia su una serie di materiali talmente nuovi, imprevedibili e intensi da re-inventare il disco stesso…

Leggi l’articolo completo nel numero 12 di Vinile! Disponibile cliccando qui.

Commenta Via Facebook