Pete Townshend ci racconta tutto sul nuovo disco degli WHO. La nostra intervista

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Intervista esclusiva a Pete Townshend degli Who. Con lui abbiamo parlato di musica, dell’ultimo album e dello scorrere del tempo.

Pete Townshend e Roger Daltrey ancora insieme. Dopo aver fatto la storia del rock con gli Who, sono tornati, nel 2019, con uno degli album migliori dell’anno, WHO. Siamo andati a intervistare Pete Townshend in persona, che il prossimo maggio festeggerà 75 anni, grazie ai quali ha smesso di pensare alle critiche.

 

A 13 anni da ENDLESS WIRE, tu e Roger avete pubblicato un nuovo album, WHO. L’avresti mai detto?

Assolutamente no! Tutto questo è sorprendente, sebbene il titolo “endless wire” fu scelto per esprimere proprio questo lunghissimo percorso, intricato ma anche collegato, un filo di Arianna che a un certo punto ti conduce dove devi andare.

Quanto tempo ci avete messo, invece, a scovare il titolo WHO?

(Ride) Pochissimo, all’inizio pensavo di voler aggiungere un punto interrogativo, ma poi ho pensato ‘è sottinteso’, a seconda di come lo si voglia intendere.

Sei soddisfatto di WHO? Mi riferisco anche alla realizzazione dell’album. Conosciamo bene ciò che ha fatto germogliare in te Tommy e le sue vicende, e poi il Jimmy di QUADROPHENIA. Ma qui siamo su un altro piano.

Decisamente, siamo su un altro piano. Ho composto dieci, forse quattordici canzoni che secondo me avevano un buon potenziale per entrare nel nuovo album degli Who. Roger all’inizio non la pensava allo stesso modo. E, in effetti, mi ha detto: “Sono troppo personali, troppo tue, sono canzoni adatte a un tuo lavoro solista, non a me!”. Al di là del fatto che a lui siano giunte così, di primo impatto, io gli ho risposto: “Roger, tutte le canzoni degli Who erano mie canzoni personali, quando le ho composte! Cosa c’entra?”. Insomma, poi, come vedete, ha cambiato idea. All’inizio, tra me e lui è sempre un rodaggio: da un lato ci conosciamo e ci capiamo senza filtri, dall’altro è sempre una dolorosa gestazione. In ogni caso, rieccoci con WHO. Credo sia un album riuscito, ne sono soddisfatto perché è ciò che immaginavo sin dall’inizio. In studio è stato fatto un lavoro notevole, il risultato è buono.

“I don’t care, I know you’re gonna hate this song”. Davvero hai voluto mettere le mani avanti?

Un po’, forse. Mi sembrava, principalmente, il modo migliore per dire a tutti chi sono oggi. Non m’importa, le critiche che un tempo mi ferivano non mi toccano più. Non ho nulla da dimostrare se non ciò che sono, dove sono arrivato. Sono qui, siamo qui. E “all this music must fade”, come tutte le cose della vita.

Ma l’arte rimane, è senza tempo. Ci sono opere, anche musicali, entrate nella storia. Non percepisci il fatto di farne parte, con gli Who?

Sì, certo. Ma non mi metto a pensarci su, altrimenti mi passa la voglia di andare avanti. Già ne ho poca, nel senso che per me è faticoso andare in tournée con la band. Abbiamo già delle date fissate nel 2020, forse ne aggiungeremo altre. L’Italia? Ancora non so, può darsi. Mi sono rimasti bellissimi ricordi degli ultimi concerti, soprattutto di quello a Bologna.

Tutta l’intervista a Pete Townshend la trovi su Classic Rock 86.

 

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