Quel primo disco di Tim Buckley caldeggiato dai Mothers of Invention

tim buckley

Fu il batterista dei Mothers of Invention a permettere a Tim Buckley di firmare il suo primo contratto discografico. Ecco come andarono le cose. 

La visione della musica di Tim Buckley era del tutto particolare e molto vicina a quella del leggendario chitarrista Frank Zappa. Un musicista che, in quel periodo, con i suoi Mothers of Invention, stava esplorando un tipo di rock che virava verso la psichedelia e rifletteva appieno la sua esperienza personale (ve ne abbiamo parlato in questo articolo). Il tutto, in quella grande terra che ha saputo essere la croce e la delizia di molti artisti: la California.

Anche Tim non fu da meno e seppe mettere in musica tutte le sue emozioni più profonde riuscendo ad arrivare sulla cresta dell'onda, la stessa onda che finì per inghiottirlo impedendogli di vedere crescere i suoi due figli, Taylor e Jeff. Quest'ultimo, come è noto, condivise con lui l'animo artistico ma, purtroppo, anche la sfortunata scomparsa prematura del padre (ve lo abbiamo raccontato in questo articolo). 

Tornando ai Mothers of Invention, pare che Zappa non fosse l'unico ad apprezzare il sound ricercato da Buckley: nel febbraio del 1966, infatti, fu il batterista della band, Jimmy Carl Black, a parlare bene di Buckley con il suo manager dopo che l'aveva visto esibirsi durante un evento live.

Così, lo stesso manager dei Mothers of Invention – Herb Cohen – prese Buckley sotto la sua ala protettrice e fece in modo che il giovane artista riuscisse a registrare le sue prime demo. Queste vennero prontamente inviate alla casa discografica Elektra Records. Gli addetti ai lavori si dissero entusiasti delle prime bozze di Buckley e stipularono con lui il suo primo contratto discografico

Da questa collaborazione, nell'agosto del 1966 vide la luce l'eponimo album d'esordio di Buckley che, pare, sia stato registrato in soli tre giorni

TIM BUCKLEY venne pubblicato nell'ottobre del 1966 e le canzoni in esso contenute sono state scritte per la maggior parte da Buckley in collaborazione con Larry Beckett, il poeta e paroliere statunitense grande amico di Buckley dai tempi del liceo.

Il mix di jazz e country del suo album d'esordio divenne il tratto distintivo della sua musica degli inizi, un sound certamente ancora acerbo ma che avrebbe dato modo all'artista, di lì a poco, di spiccare il volo

Anni dopo la pubblicazione, in effetti, la critica avrebbe descritto l'album come un lavoro certamente ancora poco maturo (dato che i tocchi sperimentali che vennero dati più tardi dall'autore ancora mancavano) ma dalla sofisticata composizione sia a livello di testo che a livello di musica, qualcosa di decisamente sorprendente per un ragazzo di appena diciannove anni.  

A quarantacinque anni dalla scomparsa di Buckley, vi lasciamo ascoltare uno dei singoli estratti dall'album, Grief in My Soul, un pezzo molto introspettivo con il quale Buckley lasciò intendere ai propri ascoltatori tutti i tormenti che lo assalivano in quel particolare periodo della vita: non era più un adolescente ma non era ancora un uomo.

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