Iron Maiden: un live album in risposta al lockdown

Iron Maiden foto

Gli Iron Maiden pubblicheranno il 20 novembre NIGHTS OF THE DEAD, LEGACY OF THE BEAST: LIVE IN MEXICO CITY. Ecco la nostra recensione in anteprima:

Romanticamente, ci piace pensare che la storia la scrivono anche i dimenticati, gli eroi sfortunati, i protagonisti defilati. E forse è così. Ma non nel rock, dove la storia la firmano i giganti.

Giganti come gli Iron Maiden, il cui cammino è costellato di successi, e non si tratta solo di copie vendute e di presenze nei concerti, che pur tracciano numeri da record, ma di scelte intelligenti, tipo allargare la line-up a tre chitarre, o suonare in Paesi dimenticati dai circuiti abituali del rock, scelti dopo aver verificato che si trattava di zone dove c’era il maggior numero di download illegali del loro repertorio.

Come a dire: “Ci amano, ma non li abbiamo mai accontentati, suonando lì”.

Nascono così tour in Sud America, Asia e India e non deve quindi sorprendere che questo nuovo documento sia la testimonianza di un concerto a Mexico City. Ma i Maiden amano le sfide (e le vincono sempre) e quando la pandemia ha fermato le macchine, Steve Harris ha voluto documentare la recente tournée. Il risultato è racchiuso in diciassette brani, con la produzione rotonda di Tony Newton che non incide sul suono, lasciandolo ruvido e genuino come un vero live deve essere.

La band è in formissima ed è incredibile la carica che i Maiden trasmettono, nonostante l’età media superi ormai i 60 anni.

Colpisce ad esempio come in Revelations Dickinson canti esattamente come da ragazzo, e in generale, pur con qualche forzatura sparsa, come la sua voce sia laccata di marmo, come dimostrano il classico The Trooper e The Wicker Man, mentre il primissimo ciclo con Paul Di’Anno è omaggiato con Iron Maiden, sorta di autocertificazione della purezza della band.

Anche se il repertorio privilegia la prima parte della carriera, piace l’esecuzione della recente For The Greater Good Of God, mentre è un piacere ritrovare in scaletta pezzi di storia come Where Eagles Dare e Flight Of Icarus.

L’apice del disco? Il basso di Harris che punteggia la sempre meravigliosa Run To The Hills e verificare come la semplicità di The Number Of The Beast sia sempre una meraviglia. Perfino qualche inossidabile fan si è lasciato andare a frasi di stizzita insofferenza: undici live (sette solo nel nuovo millennio) sono un po’ troppi. Forse. Ma le leggende non devono chiedere permesso a nessuno.

La recensione completa, firmata Gianni Della Cioppa, è disponibile sul nuovo numero di «Classic Rock», in edicola e sul nostro store online.
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