Fabrizio De André e l’amaro STORIA DI UN IMPIEGATO

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Nel 1973, il sesto album del vibrante cantautore genovese assume una chiara impronta politica, plasmata sulla storia di un "trentenne depresso" e velata dall'amara consapevolezza che il potere si rinnova sempre in una dimensione fine a sé stessa.

In collaborazione con Giuseppe Bentivoglio e Nicola Piovani, il 2 ottobre 1973 Fabrizio De André pubblica STORIA DI UN IMPIEGATO, il suo primo concept album tradizionalmente inteso. Su una collezione di nove brani, il cantautore ritrae una prospettiva utopica, un sogno individualista, spezzato da un'amara e sempre contemporanea consapevolezza. L'egida del potere è quindi osservata, giudicata, accolta e rimpianta da un impiegato trentenne. Un uomo inizialmente disilluso, avvolto dalla sua morbida quotidianità inconsapevole, ma pizzicato e stimolato da un pensiero o, meglio, da una canzone. 

Così, chiusa la parentesi sessantottina, l'impiegato guarda a quel maggio francese (Canzone del Maggio) che ha abbracciato tra le sue fila studenti rivoluzionari con fame di cambiamento. In quell'estate sessantottina l'impiegato non c'era e ora che la sua età si discosta di poco da quella dei giovani rivoluzionari, si chiede che direzione abbia preso la sua vita. Chiuso nella sua gabbia dorata, l'uomo sembra aver abbracciato quel sistema borghese che le nuove generazioni contestano, incanalato in una forma di sottomissione meccanica. Un destino serializzato, dove la spinta rivoluzionaria si è sopita. Affiora dunque una Bomba in Testa, che chiede di non rimanere inesplosa. 

Per questo, in una prospettiva puramente individualista, l'impiegato si sfoga in una condizione onirica, metaforica, che lo vede lanciare una bomba a un ballo aristocratico (Al Ballo Mascherato), tra figure del passato e del presente. Indossano tutte una maschera, attraverso la quale è più facile fingere la propria natura. Tra di queste anche il padre, simbolo di quella cornice borghese che l'impiegato ha trovato la forza di giudicare. 

Ma il giudizio non è altro che l'ennesima trasformazione metamorfica del potere (Sogno Numero Due). Una potenza silenziosa, ma pervasiva, che costantemente si rinnova e non può essere combattuta. Così l'impiegato ci riprova, nelle vesti di un vero bombarolo, con un nuovo obiettivo: il Parlamento, sede più incisiva del potere.

Chi viene sfregiato di più dall'attacco ai potenti è sempre però chi non dovrebbe. Al posto del Parlamento rimane vittima dell'esplosione un'edicola e con lei la fidanzata dell'impiegato (Verranno a chiederti del nostro amore). Ecco quindi che la storia si ripete, l'ingenuità si spegne sotto la calcificazione delle idee, l'individualismo non dà i suoi frutti e l'impiegato trova il suo equilibrio nell'idea di uno sforzo collettivo, di un impegno comunitario. Peccato che questo lo riscopra nella socialità forzata della prigione in cui si chiude la sua storia, un po' come un moderno Raskòl'nikov (Nella mia ora di libertà). 

De André fa quindi sentire la sua voce, immola il suo canto a un inno rivoluzionario, anche se lui stesso ha affermato che, una volta pubblicato il suo disco, voleva bruciarlo. Fortunatamente non l'ha fatto e nel repertorio musicale italiano riposa un ritratto sempre attuale, che fa di quella storia semplice alla Leonardo Sciascia una narrazione completa e complessa. Tanto che il cantautore aveva paura di non essere capito, ma proprio oggi dovremmo essere più consapevoli delle deformazioni dall'alto. 

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