Gli 8 album peggiori di celebri rock band

Non sempre i giganti del rock cadono in piedi. A volte basta un album per intaccare, in maniera più o meno vistosa, una preziosa carriera. Passiamo quindi in rassegna 8 album che non piacquero molto a pubblico e critica. 

OTHER VOICES (1971), Doors

Partiamo con una storia di ripartenza o rinascita, dato che il settimo album dei Doors e il primo senza Jim Morrison, fu considerato una prosecuzione stilistica e d'intenti di L.A. WOMAN (1971). Tuttavia, nonostante il coraggio e la verve sperimentale dei superstiti del Re Lucertola, manca quel gioiello distintivo che rende accattivante l'album, un po' spento, un po' dispersivo, con Ray Manzarek e Robby Krieger che si alternano alla voce ma non riescono a dare quella spinta decisiva al sound. Comprensibile dopo la morte del loro storico collega, che forse non avrebbe mai scritto una canzone intitolata I'm Horny, I'm StonedTuttavia un merito va al tentativo di ricostruzione identitaria. 

MARDI GRAS (1972), Creedence Clearwater Revival 

Anche in questo caso l'album più criticato dei Creedence Clearwater Revival è il loro canto del cigno. Qui siamo però proprio alla chiusura di una carriera, a due anni dall'avvincente PENDULUM (1970). Tutti i membri, John Fodgerty, Stu Cook e Doug Clifford, si misero alla scrittura e composizione del disco, che però non diede i risultati sperati. Nessuna canzone ebbe successo e Jon Landau, di «Rolling Stone», disse che quello era il peggiore album mai ascoltato dlla migliore rock band. Non a caso, subito dopo la pubblicazione dell'album, la band si sciolse. 

LOVE BEACH (1978), Emerson, Lake & Palmer 

Ci troviamo invece al punto di chiusura della carriera anni '70 degli indomiti alfieri del prog, gli Emerson, Lake & Palmer. Così quasi vent'anni separano il nono e il decimo album della band che, ubriaca dei virtuosismi all'apice del successo, cerca una maggiore schiettezza comunicativa, più asciutta, più diretta, ma purtoppo anche un po' carente della loro iconica energia. Anche in questo caso l'album traccia infatti il venturo scioglimento del gruppo con la formazione originaria. Non più il magico trio di Keith, Greg e Carl che, con questa produzione, ha spirato il suo ultimo soffio di vita. 

HOT IN THE SHADE (1989), KISS

La caduta di altre band è invece dettata da un mancato riconoscimento stilistico, tale da rendere un album artificioso e costruito all'aspetto. E questo è il caso dei pirotecnici KISS al soldo del loro quindicesimo album in studio che, nonostante contenga una hit di tutto rispetto, Foreverscritta dalla coppia Paul Stanley e Michael Bolton, tuttavia non brilla. Certo, possiamo pensare come esperimento più debole quando ciascun membro della band pubblicò un proprio album solista alla fine degli anni Settanta. Ma HOT IN THE SHADE rimane un prodotto collettivo che non ci convince del tutto. Che ne pensate?

TIME (1995), Fleetwood Mac 

A quasi dieci anni di distanza, un'altra band leggendaria perse parte del suo lustro. Stiamo parlando dei Fleetwood Mac, il cui marchio iconico riposa, oltre che sul batterista ruggente Mick Fleetwood, sulla litigiosa, ma poetica ex coppia formata da Stevie Nicks e Lindsey Buckingam. Nel sedicesimo album della band mancò però il loro apporto vocale e musicale. Vennero quindi sostituiti con due cloni non molto convincenti: Billy Burnette e Bekka Bramlett. Questi, uniti alla già fragile formazione, sfregiata da una confusione identitaria e da screzi interni, contribuirono a creare un album da dimenticatoio per il gruppo. 

EYE II EYE (1999), Scorpions 

Nell'iperuranio delle corone rock si inseriscono a pieno titolo gli Scorpions che, passata una decade dalla loro mirifica Wind Of Changeinserita nell'album CRAZY NIGHTS, si danno al loro quattordicesimo album in studio. Permane l'indimenticabile voce di Klaus Meine, ma il loro lavoro non tratteggia quel simbolismo musicale di cui si sono resi artefici negli anni Ottanta. Lo dimostrano le posizioni altalenanti e intermedie nelle classifiche europee per cui l'album di sguardi degli Scorpions non brilla particolarmente. 

BANANAS (2003), Deep Purple

Ma passiamo invece al nuovo millennio, con un album dei chiromantici Deep Purple che non appare molto accattivante sin dalla copertina. Quest'ultima fu scattata dal loro manager, Bruce Payne, e si dice sia la causa principale della bassa visibilità mediatica che ottenne l'album, affrontando un conseguente inabissamento. Il titolo poi rievoca un'infarinatura più pop che rock che non si addice alle sonorità hard rock della band. Nonostante sia valutato positivamente l'ingresso in formazione di Steve Morse, alcuni non riconobbero nel tastierista Don Airey un degno successore di Jon Lord. 

CHINESE DEMOCRACY (2008), Guns N' Roses

Dopo i sorprendenti USE YOUR ILLUSION I e II, usciti entrambi nel settembre 1991, ci si aspettava dall'indomita band di Axl Rose un capolavoro, che però non arrivò. Quello che si respirò fu un album frammentato, dotato di buoni pezzi, che lasciavano assaporare i roboanti Guns N' Roses degli anni Ottanta, ma al tempo stesso intaccato da intoppi performativi e da un eccesso di spezie alla Axl. Così in chiusura la sensazione complessiva è destabilizzante, tra nostalgia e troppo che stroppia. 

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