“I Jethro Tull non finiranno mai di esistere”: l’intervista a Ian Anderson

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Intervista di Mark Blake

Spesso capita che un gruppo, sia pure bravo, venga identificato con uno dei componenti, che, quasi naturalmente, ne diventa il leader massimo. Qualche esempio? Freddie Mercury e i Queen, Robert Fripp e i King Crimson. Ma è soprattutto coi Jethro Tull che tale atteggiamento raggiunge la perfezione assoluta.

Già, la storica band di STAND UP e AQUALUNG senza Ian Anderson non avrebbe avuto, letteralmente, motivo di esistere per tutti questi anni… le mancherebbe il “senso della vita”.

Ian Anderson sta ancora “facendo” musica. Ha avuto qualche distrazione, come quando ha messo su un allevamento di salmoni, e i Jethro Tull non esistono più. Ma Anderson, ormai settantenne, continua a suonare per conto suo. Anderson non era la tipica rock star degli anni 70, un po’ fulminata. E anche oggi niente è cambiato: Anderson parla ancora come un capo contea in pensione, e in un mondo dove i musicisti spesso non hanno niente di interessante da dire, lui invece ha le idee molto chiare su diversi argomenti: dall’ambiente fino ai cantanti che fingono di essere americani…

Facciamo un passo indietro a quando tutto è iniziato: c’è stato un istante preciso in cui hai avuto un’illuminazione, un momento in cui hai pensato: “Sì! Voglio fare il musicista!”?

È stato qualcosa di più graduale, che è iniziato pressappoco quando a quattro anni suonavo qualche nota al piano per fare contenta mia nonna. Sicuramente sono stati determinanti Elvis Presley con la sua Heartbreak Hotel, ma anche Lonnie Donegan con il suo skiffle (il rock ’n’ roll primordiale degli anni 50). Il messaggio principale dello skiffle era “puoi farlo anche tu”. Ogni ragazzino di undici anni poteva strimpellare qualche accordo su una chitarra acustica da quattro soldi, anche io. Ma in quel momento ancora pensavo di fare il macchinista. E poi il poliziotto.

Sicuramente saresti stato un buon poliziotto. Quanto ci sei andato vicino?

Quando avevo 17 anni stavo per firmare il modulo per entrare in polizia, ma il tizio che si occupava del reclutamento mi chiese se avessi superato qualcuno degli esami previsti alla fine della scuola dell’obbligo. Gli ho risposto che ne avevo fatti già otto, e lui mi consigliò di andare all’università e tornare dopo che avevo finito gli studi, perché così avrebbe potuto darmi un posto migliore. Lì per lì ci rimasi male, ma a posteriori si è trattato di un ottimo suggerimento.

Anche tu come Pete Townshend e Syd Barrett hai frequentato il liceo artistico subito dopo la Seconda guerra mondiale…

Frequentavo il liceo artistico a Blackpool e già pensavo che avrei avuto una vita molto monotona: sarei diventato insegnante di educazione artistica e avrei insegnato da qualche parte delle campagne inglesi. Ma fortunatamente quando avevo 18 anni c’era il blues emergente di John Mayall ed Eric Clapton. Poi arrivarono SGT. PEPPER’S dei Beatles e THE PIPER AT THE GATES OF DAWN dei Pink Floyd. Erano tutti segnali che forse il futuro poteva riservarci qualcosa di meglio.

E così ti sei fatto crescere i capelli, hai iniziato a indossare pantaloni attillati… e tuo padre aveva paura che fossi diventato omosessuale.

Mio padre per un po’ di tempo mi chiamò (sospirando) “femminuccia”. Non voleva dire che ero omosessuale, solo che ero effeminato. Ma era un problema suo. Ho avuto la fortuna di crescere in quel periodo magico che ha visto l’emancipazione del nostro pianeta – il rispetto per la libertà altrui, l’uguaglianza dei neri americani e la consapevolezza che la donna non era solo una macchina per sfornare bambini.

Contrariamente a quanto hanno fatto alcuni tuoi colleghi, però, hai sempre cantato in inglese, senza utilizzare un’inflessione americana…

Ho assorbito e metabolizzato il blues nero americano, ma non ho mai fatto le classiche cose che si dice facessero i bluesmen americani di colore – tipo cogliere il cotone o far parte di una gang di quartiere. Quindi non mi sembrava avesse senso, da giovane ragazzo bianco della middle class, che io provassi a cantare come un nero americano.

Ma ci avrai almeno provato una volta…

Probabilmente ci ho provato quando ho provato per la prima volta a cantare quelle canzoni. Poi ho sentito Mick Jagger e mi è passata la voglia. La stessa cosa è accaduta con Elton John. Mi sono detto: “Perché cantano in questo modo così stupido?”. Amy Winehouse sarebbe stata eccezionale se solo avesse cantato con la sua vera voce.

Durante la tua carriera non sei mai stato allineato con la maggioranza. Che mi dici dei tour dei Jethro Tull, erano tutto sesso droga e rock ’n’ roll?

No. Ma non era una questione morale. Era solo perché ero terrorizzato dall’idea di prendermi qualche cazzo di malattia. E non volevo mettere alla prova la mia capacità di resistere all’assuefazione fumando qualcosa di più di una sigaretta. Non sono una di quelle persone che sa limitarsi a fumare solo un paio di sigarette al giorno. Ne fumavo il più possibile. Così ho pensato che fosse il caso di fermarmi prima di rimanere immischiato in quelle cose in cui tutti si passano dei grossi cannoni umidi… il che mi dava l’idea di leccare uno spazzolone del cesso. Perché avrei dovuto farlo?

Quindi è vero che sei un leader inflessibile?

Diciamo che sono un po’ uno scassacazzi. Ma soprattutto sono fissato con la puntualità.

Non ci sono molte persone che amano la puntualità nel tuo campo?

Forse sono io ad essere strano. Decisamente non sono la classica figura del mondo del pop, che si trastulla in maniera spensierata tra un impegno e l’altro. La vita è troppo breve. Mi piace portare a termine il mio lavoro e mi piace farlo nei tempi prefissati.

Hai allevato salmoni per vent’anni, e gli album dei Jethro Tull HEAVY HORSES (1978) e STORMWATCH (1979) affrontano problematiche di natura rurale e ambientale. Quanto siamo ancora ignoranti, noi che viviamo in città, sulle questioni che riguardano la campagna?

Credo che ci sia una ignoranza ancora molto diffusa riguardo a come viene prodotto il cibo, che poi è l’attività alla base della vita di qualsiasi fattoria. Ad esempio, il povero fattore che produce il latte non riceve un grande appoggio dalle catene dei supermercati, e i contributi destinati all’agricoltura sono molto maggiori in Europa rispetto al nostro Paese. Sappiamo benissimo che le cose devono cambiare, ma del resto viviamo in un pianeta sovrappopolato.

C’è una soluzione?

Dobbiamo capire che le nostre risorse sono limitate. Per goderne appieno, la popolazione terrestre dovrebbe essere di circa tre miliardi di abitanti. Invece secondo gli ultimi studi delle Nazioni Unite, siamo all’incirca tra gli undici e i tredici miliardi. Questa situazione, con i cambiamenti di clima che sono alle porte, creerà parecchi problemi in futuro.

Ti senti di essere pessimista per il futuro?

Non sono un pessimista a oltranza, no. Penso che riusciremo a trovare delle tecniche che ci permetteranno di migliorare la produzione e la gestione del cibo. Abbiamo già iniziato a imparare la lezione.

THICK AS A BRICK 2 e HOMO ERRATICUS sono usciti a nome Ian Anderson invece che Jethro Tull. Come mai? I Jethro Tull non esistono più?

Forse non sono stato chiaro. Jethro Tull è “il repertorio”. Il repertorio dei Jethro Tull è qualcosa che non finirà mai di esistere. Andrà avanti ancora a lungo dopo che sarò morto.

C’è ancora confusione su questo punto, secondo te?

Qualcuno pensa che Jethro Tull sia il mio alter ego. Non è così. È il nome di un agronomo del diciottesimo secolo che inventò una macchina per la semina. Non avendo studiato quel periodo storico, senza sapere nulla ho avallato la scelta del nome quando all’inizio del 1968 un manager me lo suggerì.

Dopo tutto questo tempo, sei finalmente riuscito a leggere il celebre saggio del 1762 di Jethro Tull, Horse-hoeing Husbadry?

Me ne hanno regalata una copia, ma non l’ho mai letto. Non volevo conoscere troppo questo personaggio. Poi, nell’estate del 2014, ero in viaggio nelle campagne italiane e ho pensato a cosa avrebbe fatto il vecchio Jethro Tull in quel contesto. Ho fatto una ricerca su internet e ho scoperto che aveva viaggiato anche lui in Italia e che durante questi viaggi aveva trovato l’ispirazione per sperimentare alcune nuove tecniche di coltivazione. Nel giro di mezz'ora avevo già fatto una lista di canzoni che parlavano della sua vita. E il lavoro sta andando avanti.

Quindi hai scritto un album basato sulla vita di Jethro Tull?

Sì, ma non è ambientato nel diciottesimo secolo. L’ho ricollocato nell’epoca moderna o nell’immediato futuro, e gli ho fatto affrontare dei problemi attuali. Jethro Tull, come repertorio, è vivo e vegeto. Ma questo album è uscito a nome di Ian Anderson. Senza voler essere arrogante o presuntuoso, mi piacerebbe che il mondo conoscesse il mio nome prima di morire.

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