Conosci queste 10 perle rock degli anni ’70?

Come ha acutamente osservato il critico David Hepworth, “nel 1971 il rock aveva solo diciassette anni. Forse il rock dovrebbe avere diciassette anni per sempre”. Ecco 10 album imperdibili di quell'epoca.

The Beatles, LET IT BE
(APPLE, 1970)

McCartney voleva un ritorno alle origini, musica grezza e canzoni fatte come live, anche in pubblico. Ma poi la crisi ha travolto tutti e tutto: l’impegno dei quattro, i titoli (George pensa bene di tenersi le cose migliori per il suo solo album), la qualità dei pezzi. Solo Paul riesce a mettere insieme tre brani di tutto rispetto (Let It Be, Get Back e The Long And
Winding Road), mentre Lennon si limita al minimo sindacale (Across The Universe). Per il resto, niente d’indimenticabile. Così il soundtrack finale è un prodotto abbastanza mediocre, tirato per le lunghe, passato per le  mani di George Martin, di Glyn Jones e alla fine affidato alla sublime over-production di  Phil Spector, che c’infila di tutto. Due grandi pezzi comunque: Across The Universe, e soprattutto Get Back, il brano eseguito in coda, sul tetto della Apple.

Giandomenico Curi

the beatles

Black Sabbath, PARANOID 
(VERTIGO, 1970)

L’eco del riff cavernoso di Black Sabbath è ancora nell’aria, lo zolfo si è mischiato con l’odore delle fonderie di Birmingham e, solo pochi mesi dopo l’uscita del loro omonimo debutto, i quattro entrano di nuovo in studio. Spetta a Rodger Bain aiutarli a ottenere un sound leggendario, imperniato sugli accordi inquietanti di Iommi e sui vorticosi giri di basso di Butler, e per farli entrare nella storia sono sufficienti la title-track, scritta dal chitarrista in venti minuti, e Iron Man. La voce di Ozzy non sarà più la stessa di Planet Caravan, ma è probabilmente War Pigs a dare la misura del talento dei pionieri dell’heavy metal appassionati di magia nera.
Lorenzo Becciani

Tim Buckley, STARSAILOR 
(STRAIGHT, 1970)

In cinque anni e sei album, Buckley padre completava la sua metamorfosi da cantautore (più o meno) classico a “navigatore delle stelle”, e lo faceva imbastendo trame di chitarre, tastiere, fiati e percussioni ad accompagnare una voce capace di governare ogni timbrica e librarsi in spazi sconfinati. Visionaria e inquieta fantasia nella quale il folk non è altro che una lontana eco tra jazz-rock, avanguardia e aromi psichedelici, STARSAILOR è l’ultima pietra miliare del musicista americano, che nel 1975 sarebbe morto di overdose dopo altri tre dischi più convenzionali; tra le nove pur ostiche meraviglie in programma, a spiccare  maggiormente è la celebre Song To The Siren, eterea e avvolgente litania in odore di trascendenza.

Federico Guglielmi

Creedence Clearwater Revival, COSMO'S FACTORY
(FANTASY, 1970)

L’ultimo grande disco dei Creedence, una rock’n’roll band da sempre guidata e illuminata da John Fogerty, con la sua voce roca e le sue camicie da boscaiolo.
Anche se esce dopo tre album monstre, il miracolo si ripete e il COSMO’S FACTORY finisce in paradiso. Poi comincerà la crisi, inesorabile, della band californiana. Nonostante la sua sorprendente lunghezza (quasi il doppio dei precedenti Lp) e le tante cover, mantiene una sua compattezza grezza e diretta, come nella tradizione dei CCR: così come il mix di generi e stili, di cui da sempre si nutre il loro suono (“swamp rock”, il rock della palude). Travelin’ Band è decisamente “ispirata” da Good Golly Miss Molly, ma Fogerty giura che quello era solo il suo saluto a Little Richard, così come Who’ll Stop The Rain è un omaggio alla generazione del Vietnam.

Giandomenico Curi

Crosby, Stills, Nash & Young, DÉJÀ VU
(ATLANTIC, 1970)

Disco attesissimo, milioni di copie prenotate, session infinite con tensioni e ripensamenti, rapporti sentimentali in disfacimento e lutti devastanti. Eppure DÉJÀ VU è quasi perfetto, simbolo di un’epoca irripetibile: il rock multiforme di Carry On (Stills), il country-pop di Teach Your Children (Nash), la ruvida psichedelia di Almost Cut My Hair (Crosby), la folk ballad Helpless (Young) e la cover nervosa di Woodstock (Joni Mitchell) compongono una side A di rara potenza e fascino. Solo lievemente inferiore il lato B, con punte di eccellenza nella title-track di Crosby, nella delicata e autobiografica 4+20 (Stills) e nella lunga Country Girl (Young). Disco entrato nella storia al pari di una magnifica e iconica copertina.

Michele Neri

Deep Purple, IN ROCK
(HARVEST, 1970)

Primo sigillo in studio della celebre Mark II con i nuovi Ian Gillan, tutto acuti e virilità, e Roger Glover, certosino bassista, che completano un poker d’assi su cui giganteggia la sei corde al fulmicotone di Ritchie Blackmore. È una line-up di autentici colossi quella che troneggia sul Mount Rushmore della copertina, ma è proprio il chitarrista, tutto talento e mugugni, a celebrare al meglio la grandezza di questo album, di cui basterebbe citare i titoli dei brani per decretarne la vittoria per manifesta superiorità nella storia dell’hard rock. Citiamo la furia di Speed King, con la batteria impetuosa di Ian Paice, la celeberrima Child In Time, l’energia nervosa di Into The Fire e Living Wreck, fino al proto metal della conclusiva Hard Lovin’ Man irrorata dalle tastiere di Jon Lord. E il produttore Martin Birch si gode lo spettacolo.

Gianni Della Cioppa

Nick Drake, BRYTER LAYTER
(ISLAND, 1970)

Il secondo album, quello al quale Nick affidava tutte le sue speranze ma che fu quasi ignorato da critica e pubblico. Una gestazione lunga, maniacale, con mille ripensamenti e discussioni con il produttore Joe Boyd. Ma alla fine vince lui, imponendo il compagno di college Robert Kirby come arrangiatore. Da parte sua, Boyd gli fornisce come turnisti metà dei Fairport, i migliori jazzisti londinesi e intercetta John Cale che regala magici ricami di viola e di organo. Un disco notturno, dominato dal desiderio, con le invocazioni alla misteriosa Hazey Jane, tra rimpianti e sogni. E poi, quegli incredibili strumentali al limite dell’easy listening. L’ultima notte di quiete prima degli incubi di PINK MOON

Stefano Pogelli

Fotheringay, FOTHERINGAY
(ISLAND, 1970)

Dopo il magico momento di LIEGE & LIEF, Sandy Denny scalpita, vuole affermarsi da sola, lascia i Fairport e fonda la sua band con il marito Trevor Lucas, già con gli Eclection. Per il nome, s’ispira a una delle prime canzoni scritte per i Fairport, dedicata alla tragica vicenda di Maria Stuarda. La Denny, come Joni Mitchell, abbandona i panni della folksinger per presentarsi come autrice e interprete a tutto campo. Purtroppo, della breve vita del gruppo resta solo questo album con l’indimenticabile, sognante The Sea. Poco prima di morire, Sandy tornerà per un breve periodo con i Fairport e anche Lucas, insieme a Gerry Conway e Jerry Donahue, farà parte di quella grande comune del folk inglese.

Stefano Pogelli

Free, FIRE AND WATER 
(ISLAND, 1970)

È il riff inconfondibile di All Right Now il sigillo indelebile che cala il sipario sul quarto Lp del quartetto londinese. Cresciuti nel fertile grembo del british blues di John Mayall, Fleetwood Mac e Cream, riescono qui a distaccarsi dagli stereotipi di genere grazie all’irrequieta Les Paul di Kossoff, alla sensualità della voce di Rodgers e soprattutto al talento compositivo del bassista Andy Fraser. Scrivendo un vocabolario formidabile per il venturo AOR da arena: potenza e melodia, muscoli e velluto bilanciati con saldo mestiere e sana strafottenza. È solo il 1970, ma il rock del nuovo decennio ha già un suo testo di riferimento. Journey, Foreigner e compagnia ringraziano.

Giovanni Capponcelli

Paul Kantner’s Jefferson Starship, BLOWS AGAINST THE EMPIRE
(RCA VICTOR, 1970)

Il primo volo dell’astronave di Jefferson vede Paul Kantner mente unica dietro un ardito concept album, ultimo residuo delle velleità hippie del decennio precedente. Raccogliendo l’impeto politico di VOLUNTEERS, Kantner, affiancato da Grace Slick, compagna di vita, crea una band di all star (tra cui David Crosby e Jerry Garcia) per una favola ingenua ma figlia dei tempi. Dopo il manifesto rock di Mau Mau (Amerikon), il lato A si concentra su metafore di nascita e rinascita, con A Child Is Coming come highlight. Il lato B vede letteralmente la Starship prendere il volo, tra suite più diluite ed effetti sonori. Una sorta di testamento degli anni 60

Riccardo De Stefano

Van Morrison, MOONDANCE
(WARNER BROS., 1970)

La tensione emotiva e la febbre artistica che avevano portato Van Morrison a registrare nel 1969 un disco come ASTRAL WEEKS, poi riconosciuto all’unanimità capolavoro assoluto, sono ancora gli ingredienti principali di una ricetta che ci regala questo terzo capitolo di una discografia con tanti picchi e poche cadute. Frutto di sette session, MOONDANCE è disco da punteggio pieno pur non raggiungendo le vette inarrivabili del precedente. La voce di Van urla e miagola, si fonde con gli strumenti oppure li annichilisce con la sua pasta ruvida. In questo disco si incontrano Marvin Gaye e John Lee Hooker, si fondono ritmi e suoni distanti, ballate romantiche e swing orgiastici; ne esce fuori un linguaggio nuovo, irresistibile, inedito ma da qui in poi, inconfondibile. 

Michele Neri

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