La Woodstock italiana: il grande rock approda a Roma ed è un flop totale

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Propagandato con squilli di tromba come il primo festival in Europa sulla scia dei coevi raduni musicali americani, il “First International Pop Festival” è il classico caso della montagna che partorisce il topolino.

L’idea viene a due giovani californiani, Jerry e Trisha Fife, che rimasti impressionati (in particolare) dall’esibizione di Jimi Hendrix a Monterey, pensano di replicare l’evento sul continente europeo mettendo sul piatto la cospicua eredità di cui sono appena entrati in possesso (circa 16.000 dollari). Dopo aver vagliato una serie di location, tra cui Amsterdam, e trovati altri investitori, la coppia si concentra sulla Città Eterna, forse anche a causa del basso tenore di vita che la rende più conveniente rispetto ad altre città europee, e sul Palasport dell’Eur che ha pochi mesi prima ospitato concerti degli Who e dei Rolling Stones.

Inizialmente l’evento, lanciato a gennaio 1968,previsto per il febbraio successivo, ma poi i promoter realizzano che i tempi sono troppo stretti. Sul «Melody Maker» del 10 febbraio viene comunicato che l’International Pop Festival è stato “posticipato a maggio”: “a causa del disastroso terremoto in Sicilia [quello del Belice tra il 14 e il 15 gennaio 1968, ndr] e anche per dare il tempo per partecipare a più gruppi e organizzazioni, in particolare a quelle dei Paesi dell’Est Europa”. Sullo stesso numero del «MM» compare anche mezza pagina pubblicitaria dedicata al festival: 7 giorni tra il 4 e il 10 maggio 1968 con Donovan quale headliner e altri 55 artisti tra cui Janis Joplin, James Brown, i Doors, i Buffalo Springfield, i Grateful Dead e gli Who.

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Un cartellone da sogno – che se fosse vero lo renderebbe il più formidabile raduno musicale di sempre – che tuttavia un paio di mesi dopo risulterà fortemente ridimensionato. Si riducono a 4 i giorni del festival (tra il 4 e il 7 maggio) e vengono cassati i nomi più grossi, fatta eccezione per Donovan e The Byrds, puntando su band emergenti destinate – ma ancora non lo sa nessuno – a un luminoso futuro quali i Pink Floyd (senza più Syd Barrett), i Fairport Convention (con la prima cantante Judy Dyble), i Nice di Keith Emerson (reduci dal successo del singolo America), i Ten Years After (con un solo Lp alle spalle), Captain Beefheart & Magic Band (anch’essi con il solo SAFE AS MILK come biglietto da visita) e Julie Driscoll, Brian Auger & Trinity (la cui cover di This Wheel’s On Fire di Dylan è una hit radiofonica internazionale). In cartellone sono annunciati anche i Traffic e i Soft Machine, che tuttavia a Roma non metteranno mai piede.

Il festival, neanche a dirlo, è un totale disastro sul piano organizzativo. Tanto per cominciare, il previsto afflusso di appassionati da tutta Europa non si verifica e il Palaeur risulta semideserto. Carlo Basile, discografico EMI e RCA, ricorda nel suo “memoir” Carlo You Rock! che “le gradinate erano praticamente vuote e la gente stava quasi tutta in platea, me compreso”. Certe scelte degli organizzatori appaiono senz’altro bizzarre: la prima sera, che vede in scena Donovan e Julie Driscoll con Brian Auger & Trinity, l’headliner è Captain Beefheart. “Mi lasciò molto sconcertato”, ricorda oggi Dave Ambrose, chitarrista dei Trinity. “Ci fecero suonare prima di questa band che era molto alternativa. I ritmi, le strutture delle loro canzoni erano quasi incomprensibili: Beefheart suonava una sorta di free blues con dei testi strambissimi. Penso che sia stato un grave errore dei promoter del festival. Fu un concerto molto strano. C’era qualcosa che non quadrava”.

La BBC, presente a Roma con una sua troupe, riporta che il secondo giorno – in cui si esibiscono Fairport Convention, Ten Years After e i giapponesi Samurai – l’inizio è previsto per le 18, ma “alle 19 non ci sono più di 400 giovani spettatori e 200 tra carabinieri e poliziotti nel palazzetto. All’esterno, si era creata una fila di persone che aspettava di entrare gratis: un tentativo disperato degli organizzatori di rimpolpare il pubblico”.

Ma il patatrac avviene il terzo giorno, quando, dopo i concerti di Association, Giganti, The Nice e Pink Floyd, i Move (à la The Who) distruggono la loro apparecchiatura causando esplosioni e cortocircuiti e facendo intervenire immediatamente i solerti carabinieri italiani. I membri del gruppo vengono trattenuti, il Palaeur è messo sottochiave, e i previsti concerti del 7 maggio di Grapefruit, Family e Byrds sono trasferiti al più intimo Piper Club. Si chiude così, ingloriosamente (ma in definitiva con un sacco di buona musica) quella che nelle intenzioni dei promotori doveva essere la “Monterey europea”. Qualifica di cui, l’anno dopo, si approprierà il festival dell’Isola di Wight, nella solita Inghilterra.

Questo articolo è estratto da Classic Rock 101, disponibile in tutte le edicole e sul nostro store online, cliccando qui.

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