Quando Ronnie Wood rubò la ragazza a Clapton (e altre storie dal suo diario)

Ronnie Wood

Il posto sembra proprio quello giusto. La ragazza alla reception è affascinante. Il logo con le labbra metalliche è ben visibile proprio dietro alla scrivania. Lusso e buongusto in ogni dove. Non ci sono dubbi: questi sono gli uffici di produzione londinesi dei Rolling Stones.

Ed ecco Ronnie Wood che attraversa la stanza dove, nell’arco delle tre ore di intervista, si fuma una sigaretta dietro l’altra. Sbuca come un corvo dalla nebbia in un vecchio film horror della Hammer Productions. Mi stringe la mano, abbozza un sorriso che lo fa assomigliare a un simpatico guscio di noce e indica un oggetto che sta sul tavolino davanti a noi. Eccolo”, gracchia paternamente.

Si tratta di un libretto malconcio rivestito di pelle marrone. Il tipo di libro che ti aspetteresti di trovare nella biblioteca di Albus Silente (personaggio della saga di Harry Potter). Il tipo di libro che ignoreresti se non fosse che è intimamente legato a uno dei Rolling Stones. Questo è proprio il diario originale di Wood, del 1965. Scritto a mano mezzo secolo fa da uno sconosciuto diciassettenne, è stato riesumato nel 2015 dall’ora celeberrimo, quasi, 69enne: annotato con appunti e schizzi e pubblicato in varie edizioni, adatte a ogni tipo di portafoglio. “Non è stata una cosa pianificata”, dice Wood a proposito di How Can It Be? A Rock & Roll Diary."

Sfogliando gli scarabocchi di Wood non si può fare a meno di provare un po’ d’invidia. Indubbiamente non poteva esistere periodo e luogo migliore della Londra del ’65 per essere giovani, ubriacarsi e far parte di una band r&b emergente.

Ronnie Wood

La più grande band r&b di Londra

Nel ’65 i Beatles e i Rolling Stones erano lanciatissimi: “Non riuscivo ad andare a sentirli spesso”, ricorda il chitarrista a proposito dei suoi futuri datori di lavoro. In un periodo antecedente agli Stones, prima dei Faces, e anche dei Creation, suonava con i Birds (da non confondere con la band californiana, i Byrds con la y).
Nel diario c’è anche la riproduzione di un poster dell’epoca che li proclamava come ‘La più grande band r&b di Londra!’. Di certo i Birds hanno realizzato qualche brano di successo – la loro versione di Leaving Here di Holland-Dozier-Holland è stata forse la cosa più riuscita – ma persino Wood pensa che l’affermazione presente sul poster fosse un po’ esagerata. “Be’, quello era un lancio pubblicitario”, ridacchia. “Noi eravamo semplicemente la band più dinamica di Londra! Eravamo molto influenzati dagli Impressions, dai Temptations e da tutto ciò che era soul, da Chuck Berry fino ai Beach Boys. E ovviamente c’era anche l’anima blues di Howlin’ Wolf, Muddy Waters e Jimmy Reed. Eravamo un po’ di questo e un po’ di quello, esattamente come sono anch’io oggi”.

La ragazza di Eric Clapton e le fughe di Keith Moon

Saltare da una band all’altra era una pratica diffusa nel ’65: una pagina memorabile del febbraio di quell’anno vede Wood sul palco con gli Yardbirds.

Suonavano abitualmente al Crawdaddy, a Richmond, e io ci andavo spesso. Una settimana Keith Relf era malato e fecero un annuncio al microfono: “‘C’è qualcuno in sala che sa suonare l’armonica?’ Allora tutti i miei amici mi spinsero verso il palco e improvvisamente mi ritrovai a suonare I’m A Man, la mia canzone preferita. Conoscevo ogni singola battuta. Suonai qualche altro brano insieme a loro, dopodiché Eric Clapton scese in mezzo al pubblico dicendo: ‘Andatemi a prendere quel ragazzo che assomiglia a Cleopatra!’”.

Wood ridacchia: “Andavamo molto d’accordo. All’inizio Eric usciva con Krissy, che poi è diventata la mia ragazza, la mia prima moglie e la madre di mio figlio Jesse. Nel periodo in cui intrallazzavo con Krissy, mi capitava spesso di stare tra il pubblico del Crawdaddy con Eric a fianco. Lui mi diceva: ‘Oh! Metti giù le mani dalla mia ragazza!’. E io gli rispondevo ‘Levati dalle palle!”.

Clapton è solo una delle tante celebrità citate nel diario.

Mi ricordo che andavo a casa di Roger Daltrey degli Who a Gloucester Place. Lui una volta mi disse: ‘Ho un segreto, mi lavo i capelli con la birra’. Con Jeff Beck mi sono incontrato per la prima volta allo Sheffield Mojo, ci siamo sempre ripromessi di fare qualcosa insieme quando fosse capitata l’occasione. Anche con Lemmy Kilmister c’incrociavamo di tanto in tanto. Aveva un debole per i Birds. Qualche tempo fa, prima che morisse, l’ho visto a Los Angeles insieme a Slash, si parlava dei Birds e di quanto lo avessero influenzato. C’era qualcun altro che si era ispirato a loro, ma si contano sulle dita delle mani”.

In effetti la band era abbastanza quotata, tanto da riuscire a firmare un contratto con la Decca.

In quel periodo di solito ci s’incontrava alle feste di Natale delle etichette discografiche. Era qualcosa d’incredibile per via dell’energia che c’era tra le band, soprattutto quelle che andavano alla grande. Per esempio, ti trovavi alla festa della Warner e ti vedevi arrivare i Beatles e i Rolling Stones. C’era Cliff Richard da una parte, Cilla Black dall’altra. E dopo andavi a un’altra festa, per esempio quella dell’etichetta Immediate, e t’incrociavi con gli Small Faces. Poi andava a finire che ti ritrovavi a camminare per strada con Viv Prince, il batterista dei Pretty Things. E se era così, vuol dire che stavi proprio raschiando il fondo del barile (ride).

Infine uscivi con Keith Moon, ed era ancora peggio. Era difficile stargli appresso. Gli dovevi dire: ‘Keith! Ne dovevi prendere una sola di quelle pillole, non tutto il flacone!’. Gliel’avrò detto fino alla nausea. La ragazza di Keith spesso doveva chiuderlo in camera per proteggerlo e per evitare che uscisse. Ma trovava sempre un modo di scappare. Dalla finestra, lungo la grondaia, saltando nel cassonetto. Poi andava a scatenarsi in qualche club e rientrava per la stessa via. Quando lei riapriva la porta, lui si comportava come se non fosse successo nulla. E allora lei diceva tutta contenta: ‘Vedi? È ancora là’”.

keith moon
Keith Moon

Ascesa e declino dei Birds

Uno degli aspetti simpatici del diario è che Wood non era affatto diplomatico: descriveva spesso le band rivali come dei perdenti e i locali di provincia come buchi o discariche”.

Annuisce: “Sì. Oppure scrivevo cose tipo ‘Stasera il pubblico era una massa di cretini e moscioni’. In Scozia, per esempio, se non gli piacevi ti tiravano le bottiglie addosso. A noi non è mai capitato. Invece a Salisbury la gente impazziva per la nostra musica. Suonavamo insieme ai Troggs e ai Dave Dee, Dozy, Beaky, Mick & Tich. Loro erano davvero grandi. Anche se non ci conoscevano da nessun’altra parte, Salisbury ci aveva eletto come sua band e la gente voleva prendersi pezzi di noi e dei nostri vestiti. Ti venivano addosso con le forbici. Era spaventoso. Anche le ragazze erano aggressive, urlavano... mettevano paura. Ma a ripensarci è stato piacevole”.

Ma le grida non sarebbero durate a lungo per i Birds. Dopo una raffica iniziale di singoli ben realizzati, quell’estate la band finì in prima pagina per motivi tutt’altro che artistici, ovvero per via della pessima accoglienza riservata ai Byrds quando giunsero all’aeroporto di Londra: i Birds infatti fecero causa ai loro omonimi americani per via del nome. Ancora oggi Wood storce un po’ la bocca dando la colpa dell’incidente al manager dei Birds, Leo De Clerck: “Fu molto imbarazzante. Ma in questo modo il nostro manager riuscì a farci finire in prima pagina sul «Melody Maker». Ovviamente poi mi sono chiarito con Roger McGuinn”.

Ma quel lampo di pubblicità non li tenne in alto a lungo. Verso la fine del ’65, i Birds si spostarono dalla Decca alla Reaction, dove Robert Stigwood li ribattezzò con un nome pietoso: i Birds Birds. Nel ’67 era tutto finito, Wood prese il basso e andò a suonare con Jeff Beck, pronto a diventare una leggenda del rock.

Per coloro che lo conoscono come il gregario del rumoroso Keith Richards, il chitarrista potrebbe non sembrare un diarista. Invece How Can It Be? rivela quanto gli venga naturale scrivere. “Certo, mi piacerebbe fare lo scrittore”, conclude. “Non ho mai avuto il tempo per dedicarmici veramente, anche se ci ho provato un paio di volte. Ho scritto le prime pagine di alcuni libri. Forse prima o poi riusciranno fuori. Così com’è successo per questo diario”.

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