La PFM e De André raccontati da Franz Di Cioccio

Franz Di Cioccio con Fabrizio D e André_foto di Guido Harari

Batterista, cantante, anima curiosa. Nelle parole di Franz Di Cioccio rivive il pulsare ritmico della Premiata Forneria Marconi.

Intervista: Franco Vassia

La stessa voglia di sempre

Spesso ci chiedono: “Ma come fate dopo tanti anni a mantenere ancora la stessa voglia?”, domande che solitamente vengono rivolte a nuclei che vivono assieme da troppo tempo. Noi non ci siamo mai annoiati perché abbiamo sempre avuto la necessità di cambiare. Non abbiamo mai tentato di riproporre la stessa cosa. A volte eravamo al passo coi tempi, altre più avanti, altre ancora non siamo stati capiti. Tutto questo però non ha mai impedito di mostrare una grande personalità. Il tempo, poi, è servito a colmare alcune piccole incomprensioni.

Quando esce un disco, generalmente, si è portati a cercarne una somiglianza, dove è stato preso questo e dove quello. Il percorso di un musicista, in realtà, è molto più facile: devi soltanto dare sfogo alla tua creatività. Poi, ovviamente, puoi risentire degli influssi del momento. I primi dischi erano molto belli perché rispecchiavano l’enorme mole musicale che ci portavamo dentro, frutto di un grande bagaglio musicale fino ad allora collezionato ma non ancora espresso. Una ricchezza accumulata negli anni in cui il nostro lavoro primario era quello di session men, prima con Lucio Battisti, poi con Fabrizio De André, Mina e numerosissimi altri artisti.

Un patrimonio che avevamo dentro e che, quando siamo riusciti a esprimerci come volevamo noi, è stato il propellente che ha fatto nascere la PFM. Il passo successivo è stato quello a cui accennavi prima: quello di aver saputo creare una specie di traccia in un momento musicale molto particolare, in cui tutto il panorama musicale stava cambiando.

Che generazione!

Non a caso siamo coevi dei Genesis e degli Yes, ma senza per questo temere alcun effetto copiativo: tutti quanti apparteniamo alla stessa generazione, a un filone ben stabilito. Forse nel nostro DNA c’è una maggiore percentuale di musica classica perché fa parte del nostro patrimonio, una chiave che oggi viene chiamata etnica ma che allora, anche se ci risultava sconosciuta, avevamo assorbito direttamente dalle nostre radici.

Un discorso, questo, che coinvolge anche i Genesis e la loro musica che, più che dagli studi, l’hanno sviluppata dalle tradizioni insite della loro terra. A quell’epoca il rock che, non dimentichiamolo mai, proviene dal blues, era ancora incontaminato, non era ancora in balìa delle varie correnti. C’era solo il rock, l’hard rock e il blues. Soltanto successivamente, da un diverso step delle famiglie principali, si è verificata questa digressione chiamata progressive rock.

Come band abbiamo sempre pensato che la musica dovesse avere una funzione precisa, quella di far crescere il musicista, contribuire a nutrirlo e portarlo poi attraverso le sue ispirazioni. Il mestiere di musicista, almeno per come lo intendo io, è molto più che una ragione di vita: è un dono che la natura ti ha dato per esprimerti. Un musicista non deve fermarsi sulla soglia commerciale del prodotto perché questo significa restringere enormemente il suo campo d’azione.

In questo senso, invece, noi siamo stati come una spugna. In ogni posto dove siamo andati prendevamo qualcosa. Così il periodo “inglese” ci ha fatti diventare il gruppo italiano più inglese. La scrittura di PHOTOS OF GHOSTS, infatti, risente ampiamente della nostra permanenza a Londra, dove abbiamo vissuto per più di dieci mesi.

C’è stata poi una PFM molto “americana” perché, anche qui, abbiamo assorbito quelle sensazioni e imparato una cosa completamente diversa: l’improvvisazione, codificata dall’aspetto più strutturale del jazz statunitense. Gli americani, quando improvvisano, hanno una porta per entrare e una per uscire.

Se guardi bene è una chiave di lettura molto diversa da quella degli Yes, autori di una musica sì virtuosa e anche estremamente precisa ma dove la parte fondamentale è sostenuta quasi sempre dalla matematica. Un concetto, questo, con cui si potrebbe definire anche la musica dei Genesis le cui composizioni, nonostante avessero in Peter Gabriel una punta di diamante assolutamente fantastica, risultavano abbastanza chiuse.

Con quest’ottica abbiamo potuto disporre dei nostri pezzi a piacimento, farli durare all’infinito, perché nella nostra musica sai quando parti ma non quando arrivi. Questo ci ha portato a fare LIVE IN USA e JET LAG, un album molto amato, poi all’esperienza con De André e, infine, a SUONARE SUONARE, il primo esempio di forma-canzone di rock indigeno, un esperimento che, negli anni Ottanta, ha aperto le porte a un suono più immediato. Così i nostri dischi possono via via assumere un ruolo nuovo, acquisire ulteriore importanza perché sono la parte integrante di un vero percorso musicale.

L’incoscienza di Fabrizio

Quando creammo il sodalizio con De André nessun critico aveva mai neppure lontanamente immaginato che artisti di così diversa estrazione potessero convivere e realizzare un progetto così entusiasmante. L’incoscienza di Fabrizio è stata anche la sua forza, quella di non farsi mai sorprendere dalla routine. Con grandissimo coraggio, lui ha sempre fatto tutto ciò che ha voluto.

Prendiamo LA BUONA NOVELLA, un album del 1968, un tema non propriamente al passo con gli umori di quel tempo. Eppure quel disco è di una denuncia sorprendente, come la posizione che Fabrizio ha sempre avuto rispetto ai drammi della vita. I falliti, i reietti, i deboli, gli emarginati hanno trovato nella sua poetica tutto il sostegno e la dignità che fino ad allora gli erano stati negati.

Un personaggio capace anche di dire: “Faccio una tournée con la PFM perché tutti me la sconsigliano... Hanno detto che suonano troppo forte e che c’è il rischio che mi coprano la voce”.

Invece, proprio questo è stato il bello dell’operazione: mettere insieme due situazioni apparentemente inconciliabili per creare una base e continuare la sperimentazione. Quel progetto, oltre ad aprire nuove frontiere musicali verso le collaborazioni, ci ha fatto riflettere soprattutto sull’importanza dei testi. È da lì che abbiamo cominciato a scrivere come non avevamo mai fatto prima. Questo è stato il regalo che ci ha fatto De André.
Dal suo canto, ha capito ancora di più la forza della musica e che forse, anche nel cantautorato, qualcosa doveva pur cambiare. La musica doveva tornare a essere musicale. Sembra quasi un gioco di parole quando invece è la realtà. Da allora, nella sua produzione, la sua musica ha assunto un ruolo importante tanto quanto i suoi versi.
pfm e de andré

Questo articolo è tratto dallo «Classic Rock» Speciale n.2 dedicato al prog. Il numero è disponibile in digitale sul nostro store online.

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