ABBEY ROAD: 4 curiosità sull’album più iconico dei Beatles

La fotografia dei Fab Four sulle strisce non è solo un'immagine indimenticabile, ma è anche la criptica cover di un album dalla genesi particolare, dove le sue canzoni, in particolare una, parlano da sé. Scopriamo di più.

Il celebre scatto sulle strisce pedonali

L’8 agosto del 1969, il fotografo scozzese Ian Stewart Macmillan immortalò i Fab Four su quelle strisce pedonali di Abbey Road che avrebbero consolidato la loro leggenda. Lo shooting si svolse di mattina, con l’interruzione del traffico per una decina di minuti in modo che Macmillan potesse predisporre una scala per scattare dall’alto. Lì i Beatles attraversarono la strada per sei volte. L'idea per l’iconica fotografia venne a Paul McCartney, che dimezzò tempi e costi di una sua idea originaria molto più dispendiosa.

Per l’undicesimo album, infatti, Paul voleva planare con i Beatles ai piedi dell’Everest, fissando su uno scatto uno scorcio montano. L'idea nacque quasi per un vezzo, dato che Everest era la marca di sigarette fumate dal tecnico del suono della band. Ma la fretta si faceva sentire e Macca abbozzò su un foglio lo schizzo di un attraversamento pedonale che, accompagnato dagli intramontabili abiti dei musicisti, sancì un’immagine di riproducibilità eterna. Non pensava certo che la foto, e soprattutto gli abiti, avrebbero aperto la strada alle teorie complottiste sulla sua morte.

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Paul Is Dead

Proprio la copertina di ABBEY ROAD è il fulcro della teoria complottista Paul Is Dead, sviluppatasi nel 1969 con la convinzione che McCartney fosse morto nel 1966 in un incidente d’auto e sostituito dall’attore William Stuart Campbell. Sulla copertina dell’album sembrano affiorare tutte le prove simboliste per i fanatici del complotto, a partire dalla successione in cui i Beatles si dispongono sulle strisce e dai colori dei loro abiti. Il primo ad aprire la fila è infatti John Lennon, tutto in bianco, come il sacerdote che amministra la cerimonia funebre. Lo segue Ringo Starr, completamente in nero come il portatore della bara. a sua volta seguito da McCartney, la salma messianica a piedi scalzi.

Chiude la fila George Harrison, con un completo di jeans che lo associa a colui che dovrà sotterrare la tomba. Ma all’osservatore più attento salta all’occhio la targa del maggiolino bianco sullo sfondo: LMW 281F. Le prime tre lettere possono stare per Linda McCartney Widow (Linda McCartney vedova), mentre 28 indica l’età di Paul nel 1969. Se non fosse ancora abbastanza, sulla destra affiora un furgoncino nero come quelli usati dalla Polizia Mortuaria. Per quanto riguarda invece l’omino sullo sfondo, beh lui non c’entra niente. Però si chiama Paul Cole ed ebbe la fortuna di essere lì in quel momento.

Something è la canzone più bella dell'album 

Non si tratta di un’affermazione infondata, ma di una vera e propria presa di coscienza dei Fab Four sul meraviglioso pezzo scritto da Harrison nel settembre 1968. Il musicista si sarebbe ispirato a un brano del cantautore americano James Taylor, che aveva appena inciso con la Apple Records Something In The Way She Moves. Basta quindi un solo verso per lanciare il quieto George, che non sappiamo se si sia ispirato alla moglie Pattie Boyd, come lei stessa afferma, o alla divinità induista Krishna.

Questa e While My Guitar Gently Weeps sono state definite da Ringo Starr come Due delle migliori canzoni mai scritte”. McCartney aggiunse invece “La più grande canzone di George”, mentre il produttore George Martin disse “Era un lavoro straordinario, e al tempo stesso così semplice”. Non dimentichiamo poi il prezioso commento di Elton John: “Something è probabilmente una delle migliori canzoni d’amore mai, mai e poi mai scritte…È meglio di Yesterday, molto meglio…È la canzone che ho inseguito negli ultimi trentacinque anni”. Ma l’apoteosi la raggiunse The Voice, Frank Sinatra, definendola “La migliore canzone d’amore mai scritta”. Anche se pensava l’avessero composta McCartney e Lennon.

Paul McCartney convinse George Martin a produrre il disco

Gli ultimi mesi nel fantastico mondo Beatles non erano stati così limpidi. Così lo storico produttore dei Fab Four pensava di aver chiuso con i suoi nel gennaio 1969, dopo il celebre concerto sul tetto dell’Apple Corps. Ma la band aveva in serbo qualcosa di grandioso per il suo lascito testamentario. Tutto però era iniziato con il piede sbagliato, con la costruzione di un immaginario album, GET BACK, valutato in post-registrazione come pessimo da tutti i musicisti della band.

Alcune delle sue canzoni confluiranno in LET IT BE (1970), ma il progetto di un album scarno ed essenziale non trovò la luce. Al suo posto, come ultimo disco registrato, nacque proprio ABBEY ROAD, per cui Paul dovette convincere George Martin. E mai tale proposta fu desiderata, dato che i Fab Four, con l'obiettivo di chiudere in bellezza, tornarono alla loro armonia originaria, in due mesi, luglio e agosto, in cui forgiarono un disco conclusivo degno, ad oggi il più venduto e iconico dei Beatles. 

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