Grandi Glorie del Rock è in edicola: protagonisti i Metallica

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Il nuovo numero di «Grandi Glorie del Rock» è in edicola e sul nostro store online, ed è tutto dedicato ai Metallica.

Dall'editoriale di Fabio Cormio

Piuttosto che definirli, oggi è più facile dire ciò che i Metallica non sono. Di sicuro non sono (più) una band thrash metal e anche la più generica espressione “heavy metal” non li rappresenta del tutto.

Le mie non sono affatto considerazioni dispregiative da vecchio metallaro nostalgico, non è questo il punto. Ma ok, faccio un passo indietro e confesso: la faccenda mi tocca da vicino perché con i Metallica ci sono cresciuto, li ho amati visceralmente e il primo, agognato concerto cui assistei fu la tappa milanese del Black Album Tour, il 17 novembre 1992 al Palatrussardi.

Avevo quindici anni e, più che un live, per me fu una sorta di gigantesco rito
pagano, officiato non da sacerdoti ma direttamente dalle divinità: James Hetfield,
Lars Ulrich, Kirk Hammett e Jason Newsted. Per un adolescente invasato, è chiaro che la successiva uscita di LOAD (nel 1996) fu spiazzante: riascoltato oggi l’album ha un senso, allora però fu una delusione cocente e un affronto intollerabile.

Un disco a cavallo tra hard rock e pop, con una spruzzata di country e due dita di dark: buono per MTV all’ora della merenda. Era dunque finita l’era dei four horsemen? Sì e no. Se è vero che i Metallica avevano deviato la propria linea, dopo essere diventati essi stessi più grandi di quel thrash metal che avevano contribuito a creare (con Anthrax, Slayer, Exodus e altri in America, ma non dimentichiamo l’importanza della triade tedesca Kreator-Sodom-Destruction), è vero anche che non hanno mai rinnegato niente e che – lo abbiamo
visto con molte band qui su «Le Grandi Glorie», per esempio i Rolling Stones e i
Deep Purple – si sono aperti a un pubblico diverso, a scenari mutati.

D’accordo, oggi fanno cose che un tempo avrebbero scatenato rivolte armate
(tipo collaborare con Miley Cyrus), ma complessivamente, nella testa della gente,
sono rimasti un simbolo di quello che erano. Inoltre, il peggio l’hanno già espresso: qualsiasi disco possano dare alle stampe nel futuro, sarà tutta salute dopo la catastrofe di ST. ANGER (2003), polpettone atroce che mi fece dubitare della salute mentale di James e Lars.

I Metallica non hanno perso per strada il talento e, dal vivo, sono ancora una dannata macchina da guerra, tenendo conto dell’anagrafe (veleggiano verso la
sessantina) e dei frequenti problemi di Hetfield con le dipendenze.

All’inizio di questo editoriale ho scritto che dire cosa siano oggi i Metallica è quasi impossibile, ma sapete, a pensarci bene una definizione c’è: la band californiana è un patrimonio della storia della musica, ha influenzato almeno due generazioni di rocker e ha scritto pagine indelebili. Sui libri di storia, ammesso che in futuro questi ultimi esisteranno ancora, alla voce “heavy metal” ci saranno perlomeno cinque capitoli scritti a caratteri d’oro: cinque, come KILL’EM ALL, RIDE THE LIGHTNING, MASTER OF PUPPETS, …AND JUSTICE FOR ALL e METALLICA. E scusate se è poco.

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