Mio figlio mi ha raccontato un episodio divertente accaduto nella sua classe di terza media: la professoressa ha detto che avrebbe spiegato le proprietà della sfera e del cono. Un alunno ha ironicamente commentato: “Sfera ebbasta?”. La replica della professoressa è stata: “Va bene, il cono lo facciamo la prossima volta”.
È abbastanza normale che una professoressa, anche se giovane, non conosca il contestato idolo degli adolescenti di oggi, però che ci sia una netta dicotomia tra la musica ascoltata dalle nuove generazioni e quella che sentiamo noi – non so bene cosa intendo per “noi”, forse quelli che ancora acquistano dischi – è inopinabile. C’è sempre stata questa difficoltà intergenerazionale nel comprendere i nuovi idoli musicali: ricordo i commenti riguardo Vasco Rossi e la sua Colpa d’Alfredo ma immagino che l’arrivo di Presley, dei capelloni beat e poi rock o dei depravati del Punk abbiano suscitato reazioni più o meno preoccupate nelle generazioni precedenti.

Oggi, però, la distanza è ancora più grande perché non cambiano solo gli idoli musicali, cosa assolutamente naturale, ma anche le modalità di ascolto cui i giovani si sono via via adattati. Il supporto non esiste praticamente più per i giovani e lo streaming regna incontrastato ma non è solo questo: c’è una frenesia di ascolto quasi incomprensibile. Ultimamente prendo spesso mezzi pubblici di trasporto in orari in cui sono strapieni di studenti anche giovani. Quasi tutti hanno le cuffiette collegate al telefono cellulare e mi è capitato di osservare più volte che ogni venti/trenta secondi cambiano brano musicale.

Che senso può avere un progetto musicale un minimo complesso con questo tipo di approccio alla musica? Che senso ha un album?

Ed ecco il vero paradosso, sta sparendo il Cd – e il fatto che nello streaming ormai sia possibile alzare notevolmente il livello qualitativo dei file musicali, come ci sta insegnando Neil Young e i suoi magnifici archivi online, accelererà il processo – mentre il vinile sta recuperando terreno anche se è difficile immaginare cosa accadrà in futuro. Quindi avremo una generazione di ascoltatori che non andranno al di là di due cuffiette e un telefonino e che ascolteranno freneticamente spezzoni di brani sempre più spesso isolati da qualsiasi progetto artistico, e un’altra che con cura poggerà le sempre più belle ristampe che il mercato offre su giradischi tecnologicamente avanzati e che ascolterà vinili, magari quelli di nuova generazione in alta definizione previsti per il 2019, studiando rapita le note di copertina.

Però c’è un’altra cosa che ho notato. Le nuove generazioni ascoltano senza dubbio la musica che gli appartiene, ma quando gli capita di imbattersi in un capolavoro del rock classico o di uno dei nostri cantautori storici, spesso rimangono colpite: ho ascoltato una ragazzina affermare convinta a un’amica: “Guarda che a X Factor ieri, la canzone del pescatore che si assopiva era proprio bella”.

È possibile quindi che anche le nuove raccolte di vinili un giorno vengano adottate da ex ragazzi che magari nasconderanno ai loro figli di aver ascoltato Sfera Ebbasta e Young Signorino e anzi lo negheranno con forza. Oppure borbotteranno pensando a questi nuovi cantanti da strapazzo, privi di talento (ma ancora pieni di tatuaggi) che fanno questa musica incomprensibile, niente a che vedere con la Trap che ascoltavano loro quindici o venti anni prima. E chissà come la ascolteranno la musica: con che mezzo, anzi con che device?
Una cosa è certa: i vinili in casa ci saranno ancora.

Testo di Michele Neri.

L’articolo è tratto da Vinile n.14, disponibile qui.

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