Uno sputo. Sembra una storia molto punk e, in effetti, quando l’episodio accade, la ribellione iconoclasta è al culmine. Ma, nonostante la celebre maglietta con la scritta “I hate Pink Floyd”, Johnny Rotten non ha nulla a che fare con questa vicenda.

Il 23 gennaio del ’77 i Floyd iniziano il tour promozionale di ANIMALS, denominato In The Flesh tour, nel quale suonano integralmente sia il nuovo album che il precedente (WISH YOU WERE HERE), più due estratti da DARK SIDE OF THE MOON come bis. Durante le fasi più acustiche, accade spesso che il pubblico faccia casino. E questo Roger Waters non riesce a sopportarlo. Ma quel maledetto concerto di Montreal del 6 luglio, data conclusiva del tour, sembra davvero stregato. Il gruppo suona talmente male che David Gilmour si rifiuta di suonare il bis, costringendo il secondo chitarrista Snowy White a improvvisare un blues. Ed è proprio in quel concerto che il tappo della pazienza di Waters salta in aria, inducendolo a sputare in faccia a un fan che continua a urlare sotto il palco.

È uno sputo, quindi, la molla che spinge la mente più geniale dei Pink Floyd a interrogarsi su se stesso e sul ruolo della band, sempre più stritolata nella morsa del business, come del resto il bassista aveva già denunciato su WISH YOU WERE HERE. Quello che è più grave, nella mente di Waters, è però il grado di alienazione raggiunto, che lo sta allontanando sempre di più dal suo pubblico. Un vero e proprio muro, che diventa progressivamente più alto. Con questo pensiero in testa, Waters lascia aperta la botola dell’ispirazione permettendo che vi si calino dentro altre due questioni molto importanti per lui: l’autoritarismo delle scuole britanniche (di cui quasi tutti gli studenti degli anni 50 sono stati vittime) e l’assenza della figura del padre, morto in guerra, nei pressi di Anzio, quando lui aveva appena cinque mesi.

Questa è una delle due idee (l’altra, un concept sul dilemma tra fedeltà e promiscuità, diventerà il primo album solista del bassista, THE PROS AND CONS OF HITCH-HIKING del 1984) che Waters presenta ai compagni quando li rivede dopo una pausa utilizzata da Gilmour e Wright per dedicarsi a progetti solistici e da Mason per produrre Steve Hillage. Roger ha già quasi tutte le canzoni (testi e musiche) da cui partire ma, prima, i quattro sono costretti a trasferirsi altrove, se non vogliono essere praticamente maciullati dal fisco britannico. Con i membri sparpagliati tra Francia, Svizzera e isole greche, Waters decide di avvalersi di un collaboratore esterno, Bob Ezrin, già produttore molto autoritario di Kiss, Lou Reed e Alice Cooper. Due personalità potenzialmente troppo forti per coesistere, se Waters non mettesse le cose in chiaro fin dal principio.

In questo modo, il canadese diventa non soltanto un fantastico co-produttore, ma anche il collante capace, non senza fatica, di tenere insieme le due individualità principali del gruppo: Roger, in questo momento, ha decisamente una marcia in più, ma David scalpita e prova a contrastarne la debordante inventiva. Dal canto suo, Nick Mason è, come sempre, poco influente, mentre Richard Wright vive una fase molto delicata dal punto di vista personale: in piena crisi matrimoniale, la sua stasi creativa viene messa sotto pressione e infine annientata dal carattere dispotico di Waters, che arriva a licenziarlo relegandolo a un umiliante incarico da session man. Ma, va detto, anche il contributo di Gilmour, a livello di scrittura, è molto limitato: solo tre canzoni, peraltro firmate in coppia col bassista: Young Lust, Run Like Hell e quella Comfortably Numb che, anzi, il chitarrista aveva registrato, in forma ridotta, per sé.

Nonostante la lunghezza (un’ora e venti minuti) e le tensioni all’interno del gruppo, THE WALL è un disco, in una parola, perfetto.

the wall

L’articolo completo a cura di Mario Giammetti è sullo speciale di Classic Rock dedicato ai Pink Floyd è disponibile qui.

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