Abusata mentalmente e fisicamente da un marito violento, Tina Turner ripensò alla sua infanzia in una canzone che fu la sua dichiarazione di indipendenza artistica.

Tina Turner non aveva potuto opporsi alle idee da decoratore di interni di Ike, suo marito, visto che i ritmi sfiancanti imposti da lui alla Ike And Tina Turner Revue per finanziare i suoi sperperi, alla fine, l’aveva portata in ospedale.

Negli anni 70 la violenza di Ike si era acuita, estendendosi ai Bolic Sound Studio e all’appartamento che aveva acquistato. Tina ricorda che Ike sniffava “cocaina a palate, e d’un tratto sotto il banco del mixer erano spuntate delle pistole. Era come vivere all’inferno”. E tutto ciò in aggiunta alla violenza quotidiana iniziata anni prima, quando l’uomo timido e carismatico che nel 1956 era diventato partner musicale della diciassettenne Anna Mae Bullock decise che sarebbero diventati amanti, e poi nel 1962 la sposò cambiandole nome in Tina. Degli anni 70, Tina ricordava di aver avuto sempre il mento livido per i pugni, con tanto di tagli all’interno della bocca per i colpi ricevuti. Era come “se mi avesse fatto il lavaggio del cervello”.

Si presupponeva che lei dovesse trattare Ike come un re, prendendosi cura dei loro 4 figli, e la vita musicale che un tempo l’ispirava stava andando in malora. Un tempo trascinante e senza freni, sul palco la Ike And Tina Turner Revue era diventata una routine triste e stanca.

Nel 1973 la sua vita domestica era un incubo, e quindi non c’è da stupirsi se i pensieri di Tina tornarono alla sua infanzia a Nutbush, nel Tennessee.

Chiamarla “città”, nel testo che scrisse, fu quasi uno scherzo: Nutbush era un buco insignificante, troppo piccolo per apparire sulla maggior parte delle cartine. L’infanzia di Anna Mae negli anni 40 era passata ascoltando country e blues alla radio, cantando in chiesa e raccogliendo cotone con suo padre. Anche se non erano poveri in canna come i vicini, i ricordi di Nutbush non suscitavano nessuna nostalgia in Tina. “Cotone: lo odiavo”, dirà in un documentario degli anni 80, “fu la spinta a cambiare vita. Sapevo che non potevo più sopportarlo”.

Nutbush City Limits, la prima canzone scritta e incisa dalla stessa Tina, è radicata in questo sentimento ambiguo.

Una parola chiave per capire il messaggio è “limite”, mentre la cantante con indubbia capacità tratteggia una vita rinchiusa: “A church house, gin house, a school house, outhouse / On highway number nineteen, the people keep the city clean… / Twenty-one was the speed limit, motorcycles not allowed in it / You go to the store on Friday, you go to church on Sunday…”.

Questa piccola città sembra un posto da cui scappare, più che un idillio pastorale. Ed essendosi immersa nei suoi ricordi più profondi per scriverla, la prima bozza di testo di Tina era perfetta. All’inizio degli anni 70 aveva già iniziato a mostrare i suoi gusti, suggerendo di realizzare due cover (Come Together dei Beatles e Proud Mary dei Creedence) che furono grandi successi. “Trovavo il r&b così deprimente”, dirà a Charles Shaar Murray negli anni 80. “Volevo più energia… avevo sempre saputo che volevo essere rock’n’roll”. Mick Jagger, che ne aveva copiato le mosse quando Ike e Tina avevano fatto da gruppo di supporto agli Stones nel 1966, lo sapeva da sempre: paragonandola alle sue statiche colleghe, disse che “era un Little Richard femmina, e il pubblico era suo… lo seduceva e ci faceva quello che voleva”.

Ike (che in fondo si potrebbe indicare come l’inventore del rock’n’roll nel 1951 con il singolo Rocket 88) era d’accordo su questa nuova, economicamente allettante direzione. Malgrado tutte le sue colpe, su Nutbush City Limits fornì una base musicale perfetta per il testo di Tina (che, va detto, risultò come unica autrice): inizia con un riff di chitarra ritmica sporco, effettato, graffiante, poi i fiati della Revue aggiungono un tocco di minaccia urbana, e infine Tina entra in campo, cantando col suo tono più incisivo mentre elenca le poche qualità della sua città natale.

Nel 1976, i problemi nella coppia erano ormai troppo evidenti: dopo un’ultima esplosione di violenza alla quale per la prima volta lei rispose per le rime, Tina lasciò Ike, divorziando poi nel 1978. La sua successiva battaglia, per risollevarsi dalla rovina finanziaria e diventare una delle superstar degli anni 80, dimostrò la sua indomita forza di volontà. Ma Nutbush City Limits fu la sua vera dichiarazione d’indipendenza artistica.

L’articolo completo a cura di Nick Hasted è su Classic Rock n. 68. La rubrica “Stories Behind the Songs” è in edicola ogni mese su Classic Rock, abbonati qui per non perdere nemmeno un numero.

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