Per celebrare il cinquantesimo anniversario dalla nascita dei Led Zeppelin, abbiamo chiesto l’aiuto di alcune rockstar e scelto assieme a loro i brani migliori.

Questa è una mini selezione di 10 tracce, l’articolo completo lo trovate su Classic Rock n. 73.

Good Times Bad Times – LED ZEPPELIN, 1969

“I primissimi brani sono quelli che amo di più. Questo è il brano 1, del lato A del primo disco, più primo di così… La mia predilezione per il materiale più antico degli Zeppelin si basa sul fatto che somigliano agli Yardbirds. Suonammo con loro al Whisky A Go Go [a Los Angeles] quando avevano appena iniziato – erano talmente agli inizi che mescolavano brani degli Yardbirds e le nuove canzoni. Per me, Good Times Bad Times dimostra la maestria di Jimmy Page. Adoro la voce della chitarra. Il riff iniziale è incredibile, un’autentica dichiarazione d’intenti”. Alice Cooper

Communication Breakdown – LED ZEPPELIN, 1969

“Communication Breakdown è una grande canzone. Ricordo di averla ascoltata appena uscì. Gli MC5 erano in tour in California, passava alla radio e pensai: ‘Questa è davvero ottima. Funzionerà!’. Le prime loro cose non mi avevano impressionato: l’archetto, le 12 corde, tutte quelle cose influenzate dal folk inglese. Mi piaceva più il rock aggressivo, e Communication Breakdown aveva un legame con gli Yardbirds, gli Who e il meglio del rock inglese”. “Sotto molti punti di vista, gli Zeppelin erano un gruppo perfetto: grande sezione ritmica, grande chitarrista, grande cantante, canzoni ottime, in gran parte, e tutto il resto. Si presentavano bene, e le loro canzoni… Sono sicuro che Willie Dixon e i suoi eredi sono rimasti soddisfatti, quando finalmente gli hanno pagato i diritti”. Wayne Kramer, MC5

Ramble On – LED ZEPPELIN II, 1969

Robert Plant non ha mai avuto paura di giocare col misticismo. Fan appassionato de Il Signore degli anelli, infilò riferimenti alla Terra di Mezzo in più di un brano dei Led Zeppelin, anche se li usava come spunti più che come adesione pedissequa al canone tolkieniano. Ramble On è il primo e più famoso esempio. I riferimenti a Mordor e Gollum abbondano, anche se in realtà la canzone parla di Plant che vive una sua fantasia da menestrello vagabondo, alla ricerca di ‘the queen of all my dreams’. Il pericolo della pacchianeria è evitato dalla maestria strumentale folk di Page, il cui tocco acustico dona al brano un sapore leggero. Ovviamente, essendo gli Zeppelin, non possono evitare di tirare fuori l’artiglieria pesante nel ritornello e verso la fine, anche se con una grazia che i loro colleghi potevano solo sognarsi. Tra i lampi e i tuoni di LED ZEPPELIN II, Ramble On fu una boccata d’aria fresca, presagio di qualcosa che avrebbero esplorato più a fondo nel disco successivo. Dave Everley

Whole Lotta Love – LED ZEPPELIN II, 1969

“Whole Lotta Love. L’ho sentito quando fu pubblicato. Probabilmente avevo quattro o cinque anni. Ricordo quel disco. Ricordo l’impatto che ebbe, così seducente e sexy. Il suono della chitarra mi catturò, non sapevo nemmeno cosa fosse. Addirittura, non lo capii fino a molti anni dopo. È stato il brano dei Led Zeppelin che mi ha influenzato di più, fin da piccolo”. Slash

led zeppelin

foto: Adrian Boot

Immigrant Song – LED ZEPPELIN III, 1970

Brano di apertura di LED ZEPPELIN III, e anche la canzone che ha visto salpare migliaia di navi da guerra: un trionfante grido di battaglia di un compiaciuto Ragnarok’n’roll, che reimmagina gli Zeppelin come Vichinghi diretti al Valhalla con in pugno il Martello degli Dei, e che così facendo fonde assieme in eterno le mitologie gemelle dell’heavy rock e delle leggende norrene. Quando nel giugno 1970 gli Zeppelin arrivarono in Islanda per un concerto a Reykjavík, l’ossatura di quel che sarebbe poi diventato Immigrant Song esisteva già. Rimasero lì pochi giorni, ma abbastanza perché il paesaggio selvaggio e la storia ricca e sanguinosa – vera e immaginata – del posto conquistassero Plant. “Stai lì, pensi ai Vichinghi e alle loro grandi navi”, disse il cantante nel 1970, “e BANG – ecco Immigrant Song”. Di certo evoca un’atmosfera diversa da ogni altro brano degli Zeppelin: paesaggi squassati dal ghiaccio e spruzzi di acqua marina gelida, la frenesia quasi orgasmica per l’imminente battaglia… E anche musicalmente era il ricettacolo perfetto per le fantasie alla Hagar il Terribile di Plant. Il riff incessante di Jimmy Page e il drumming ossessivo di John Bonham si abbattono come onde contro le fiancate dei Drakkar. E circa al minuto 2.50 si coglie un’energia lucida, feroce, quasi punk. Immigrant Song concesse ai Led Zeppelin la stessa aura mitica dei guerrieri che l’ispirarono, influenzando chiunque venne dopo, da Trent Reznor (che ne fece una cover) ai produttori dei film di Thor (che l’usarono nei trailer). Gli Dei di Asgard non avrebbero potuto chiedere migliore colonna sonora. Dave Everley

Tangerine – LED ZEPPELIN III, 1970

“Che ne dici?” [attiva il cellulare che di botto parte con l’intro di Good Times Bad Times]. “Sceglierei il terzo disco dei Led Zeppelin, che fu mixato da Jimmy Page e Terry Manning agli Ardent Studios di Memphis. Gli ZZ Top avevano sempre lavorato in Texas per le registrazioni. Ma dopo aver sentito cosa aveva fatto Terry Maning per il sound di ZEPPELIN III, ci spostammo a Memphis. Ci registrammo TRES HOMBRES [1973], che guarda caso fu il disco che ci fece conoscere, e da lì in poi usammo quegli studi per altri 20 anni”. Billy Gibbons, ZZ Top

Going To California – LED ZEPPELIN IV, 1971

Esiste un esempio migliore della delicatezza degli Zeppelin, spesso colpevolmente dimenticata? Probabilmente no. L’acustica di Page e il mandolino di Jones s’intrecciano, mentre Plant offre un peana struggente – e deliziosamente ingenuo – a Joni Mitchell e il suo fascino. Originalmente ispirato al soggetto molto meno delicato dei terremoti in California, la versione finale del testo nacque dal tentativo di Plant di ‘ritrovare se stesso’ mentre se la spassava tra le groupie di Los Angeles. A metà strada però il suo rimuginare deviò verso la Mitchell e LED ZEP IV si ritrovò con una ballad acustica senza riff e totalmente hippie friendly. John Bonham non c’è. E probabilmente è meglio così. Ian Fortnam

No Quarter – HOUSES OF THE HOLY, 1973

“No Quarter [la versione dal vivo in The Song Remains The Same]. Quella di studio era già un capolavoro, ma quella live presenta tutti gli elementi che hanno reso gli Zeppelin il miglior gruppo hard-rock blues di tutti i tempi. C’è il blues, ma anche la psichedelia e quel sapore tutto inglese gotico scuro, decadente, romantico che è parte indissolubile del fascino del brano. E poi, l’elemento jam. Dal vivo, Jonesy è fermo dietro alle tastiere per la maggior parte della canzone. Una performance minimalista, che però ti soverchia. Gli Zeppelin al loro meglio. Quando riuscirò a realizzare una canzone come questa con i Supersonic Blues Machine, allora considererò compiuta la mia missione”. Fabrizio Grossi, Supersonic Blues Machine

foto: Adrian Boot

Down By The Seaside – PHYSICAL GRAFFITI, 1975

Brano delizioso, che impiegò quattro anni prima di riuscire a trovare spazio in un disco degli Zeppelin, e oggi viene spesso citato come ottimo esempio di quanto fossero diversi gli Zep dai contemporanei gruppi heavy rock. Nacque come spunto nel corso della permanenza di Page e Plant a Bron-Yr-Aur nel 1970, poi fu levigata nel corso delle sessioni per IV e, quando finalmente fu scelta nel 1975, fu considerata un ammiccamento al morbido country-blues di Neil Young. Down By The Seaside è rilassata, come suggerisce il titolo. Ciò che le dà la spinta in più è l’arrangiamento in tandem di Page e Bonham, che passa dal rilassato al frenetico e poi di nuovo al tranquillo. Tutto molto divertito e cool. Ma molto cool… Mick Wall

Hot Dog – IN THROUGH THE OUT DOOR, 1979

Gli Zeppelin non nascosero mai il loro amore per il rock’n’roll più vintage, anche se raramente lo resero più chiaro che qui. Scritto come omaggio per la groupie texana Audrey Hamilton (da cui il sapore country), Hot Dog fu un momento di svago, proprio quando l’unità degli Zeppelin iniziava a mostrare segni di frattura. Con Jimmy Page e John Bonham persi nelle loro scure abitudini, toccò a Robert Plant e John Paul Jones mandare avanti la baracca nel corso delle sessioni a Stoccolma, nei Polar Studios degli ABBA. “Robert e io ci avvicinammo, e probabilmente ci separammo leggermente dagli altri due”, disse Jones. “Ci ritrovavamo sempre a bere qualcosa in giro, e a chiederci: ‘Ma che stiamo facendo?’. Ironicamente, Hot Dog fu l’unico brano a firma Page-Plant del disco. Anche se non è all’altezza della musica che scrissero nel corso della loro fase regale, almeno mostra che il legame non era del tutto svanito. Anni dopo, Page ripensò al brano con una qual certa tenerezza: “Hot Dog fu divertente. Solo quello”. Caritatevole forse, ma anche vero. Dave Everley

L’articolo completo, con tutte le tracce selezionate, è su Classic Rock n.73, disponibile qui.

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