Quando il loro primo album THE PIPER AT THE GATES OF DAWN uscì nei negozi, i Pink Floyd non esistevano di fatto già più.

Almeno, non esistevano più i Pink Floyd originali, quelli che un giovane genio di nome Roger Keith Barrett aveva abilmente plasmato partendo dalla base di un ensemble blues/rock di non proprio eccezionale caratura, in un processo di crescita globale – Barrett era il creativo per eccellenza, ma ai suoi compagni di cordata non difettavano fantasia e ingegno – di notevole rapidità. Quello del songwriter, chitarrista e cantante fu allora il classico “Meglio bruciarsi in fretta che spegnersi lentamente”? A quanto pare sì, anche se la graduale discesa negli abissi dell’incomunicabilità non fu una scelta, ma una conseguenza. I racconti pubblici e privati dei concerti che la band tenne nella seconda metà del 1967 in Gran Bretagna e negli USA parlano del resto chiarissimo: Syd sprofondava via via in un baratro di allucinazioni, comportamenti bislacchi e catatonia, sul palco e fuori da esso. Scompariva, come lo Stregatto di Lewis Carroll, non necessariamente lasciando di sé un (sinistro) sorriso.

THE PIPER AT THE GATES OF DAWN, il cui titolo era lo stesso del settimo capitolo del celebre romanzo per l’infanzia The Wind In The Willows (Il vento tra i salici), vide la luce il 5 agosto 1967, al culmine di quella che nella lontana California era stata battezzata “Summer of Love”, l’Estate dell’Amore, ovvero l’apoteosi sociale e musicale dell’utopia hippie. Un fenomeno che, seppur con modalità meno plateali, era iniziato a… fiorire pure in Gran Bretagna, e soprattutto nell’atmosfera elettrica della Swingin’ London, già dal 1966; a sostenerlo, un manipolo di gruppi estrosi e colorati che ambivano a superare i limiti del beat arricchendo il pop/rock’n’roll di toni evocativo-visionari ed eccentricità spesso suggeriti dall’assunzione di sostanze stupefacenti, LSD in primis.

Di tale nutrita schiera, che aveva come suo ideale manifesto e inno Tomorrow Never Knows dei Beatles (REVOLVER è dell’agosto 1966: tutto torna), si proposero come leader i Pink Floyd, che nella seconda metà del 1965 si erano assestati, dopo vari avvicendamenti, in un quartetto comprendente Syd Barrett (voce, chitarra), Roger Waters (basso, voce), Richard Wright (tastiere, voce) e Nick Mason (batteria, percussioni); alla stessa epoca risaliva il nome Pink Floyd Sound, ultimo di una lunga serie, ricavato dalla fusione di quelli dei poco conosciuti bluesmen Pink Anderson e Floyd Council.

Nessun dubbio sul fatto che, per la band, l’anno cruciale fu il 1966. Quanto accaduto in precedenza, ovvero il valzer di musicisti e sigle sociali del triennio 1963-1965, è materia per biografi maniacali e non ha grande peso; può soltanto aver senso ricordare che il primissimo embrione fu allestito da Waters e Mason quando studiavano architettura al London Polytechnic, che Wright arrivò qualche mese dopo e che il più giovane Barrett si unì ai tre ancora più tardi, nel ’64. L’unica testimonianza ufficiale di questi anni è 1965: THEIR FIRST RECORDINGS, doppio 45 giri edito nel 2015 in tiratura limitatissima (ma recuperato per intero in THE EARLY YEARS 1965-1972): sei brani registrati assieme al chitarrista Rado Klose, presto uscito dai ranghi, nei quali è riscontrabile il “work in progress” che dal blues/r&b stava conducendo a qualcosa di ben più complesso e atipico. E questo “qualcosa” acquisì, appunto nel ’66, i connotati che l’hanno scolpito nell’epopea del rock. […]

Fu l’americano Joe Boyd, personaggio già esperto e noto nella scena alternativa, a produrre le session in studio del gennaio 1967: cinque pezzi in tutto, compresi i due che la EMI Columbia, alla quale il gruppo si sarebbe legato di lì a tre settimane, avrebbe immesso sul mercato come singolo il 10 marzo. Arnold Layne è una magnifica, surreale magia pop, mentre Candy And A Currant Bun, più ipnotica/cupa e dotata di minore appeal melodico, tratta invece di sesso e droga. Nonostante i testi “sconvenienti” (che, non a caso, avrebbero causato censure radiofoniche), il dischetto raggiunse un onorevolissimo ventesimo gradino in classifica, grazie al prezioso contributo degli acquisti effettuati dal management. Dall’investimento senza dubbio intelligente e soprattutto dall’intensa attività della prima metà del 1967, trasse benefici il secondo 45 giri, prodotto da Norman Smith e salito addirittura fino al sesto scalino delle graduatorie di vendita. Racchiuso in una copertina “infantile” disegnata da Barrett, che come per il debutto è autore di entrambe le tracce, See Emily Play è un’altra ammiccante pop song dalle deliziose fragranze, alla quale funge da contraltare la filastrocca stralunata e moderatamente inquietante The Scarecrow.

Curiosamente, solo quest’ultima trovò spazio nel THE PIPER AT THE GATES OF DAWN britannico, mentre nello statunitense marchiato Tower figura anche See Emily Play (mancano però Flaming, uscita solo come 45 giri, Bike e – pura follia! – Astronomy Domine). Non c’è comunque da rammaricarsene troppo, dato che nella scaletta sfilano altre dieci gemme di abbacinante splendore che rendono l’album il capolavoro assoluto della psichedelia UK, nonché uno dei debutti a 33 giri più iconici del rock dei Sixties.

Più che un semplice Lp, la fotografia sonora di un universo in espansione nella mente del suo primo demiurgo: Barrett è infatti autore di otto pezzi in solitudine e di due con i colleghi, e l’unico non suo è il concitato Take Up Thy Stethoscope And Walk, a firma Waters, al quale tuttavia regala un’acida chitarra che si sposa benissimo al sinuoso, insistente organo di Wright.

Dal policromo scrigno, confezionato ancora con Norman Smith in console, saltano così fuori potenziali singoli quali lo spettrale Lucifer Sam (Sam era il gatto siamese di Syd) e l’estatica ma velata di inquietudine Matilda Mother, cantata da Wright; Astronomy Domine e il lungo strumentale – quasi dieci minuti – Interstellar Overdrive, anticipazioni meno espanse e più taglienti, come pure l’altro strumentale Pow R. Toc H., dei Pink Floyd “cosmici” dei Settanta; nenie brillantemente deviate/aggraziate che rispondono ai titoli di Flaming, The Gnome, Chapter 24, The Scarecrow e, infine, Bike, che apre una finestra sul futuro Barrett solista e suggella il “trip” con bizzarri effetti sonori e gracidare di batraci. Quarantadue minuti di ottovolante fra carezze e graffi, fra suggestioni incantevoli e capricci disturbanti.

L’articolo completo, a cura di Federico Guglielmi è sullo speciale di Classic Rock dedicato ai Pink Floyd, disponibile qui.

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