Anton Corbijn ha raccontato i protagonisti della storia della musica

Fotografare musicisti un po’ lo ha stancato. E oggi preferisce dedicarsi ai pittori. Ma la musica continua a vivere nei suoi iconici scatti, in bilico fra Elevazione e Disperazione. La nostra intervista a Anton Corbijn!

Dieci minuti. Ho dieci minuti di tempo per intervistare Anton Corbijn, il fotografo olandese che ha raccontato i protagonisti della storia della musica dalla fine degli anni 70 in poi. Immagini così belle e importanti, che sono entrate nei miei occhi e nella mia testa così potentemente da averlo da sempre come “modello” per il mio lavoro di fotografo. Anzi, forse la ragione per la quale faccio il fotografo è lui, insieme ad Armando Gallo, celebre per il suo lavoro con i Genesis. Le foto di Corbijn sono tatuate sulle mie retine. Incredibilmente belle. Incredibilmente potenti. In particolare quelle dei Joy Division, ma anche quelle dei Depeche Mode, degli U2 e di tantissimi altri, troppi per essere elencati tutti.

L’occasione di incontrarlo mi è data dalla sua presenza al Lucca Film Festival, dove ha tenuto una masterclass.

La musica è stata la passione che ti ha portato a fare il fotografo, ma perché non hai intrapreso la carriera di musicista? 
Direi perché a me piace molto la musica più che altro come fonte di ispirazione. Inoltre, ero troppo timido e non mi sentivo abbastanza “musicale”. In ogni caso, il mio strumento musicale sarebbe stata la batteria – l’ho anche suonata un paio di volte con i Depeche Mode alla televisione, alla BBC, negli anni 90.

Come è nata la tua carriera di fotografo in Inghilterra?
Il mio primo lavoro con l’Inghilterra è stato nel 1972: allora vivevo ancora in Olanda e mandavo le foto in Inghilterra. Per cinque anni sono stato forse il principale fotografo delle copertine del «New Musical Express». Poi mi sono trasferito a Londra. Non avevo alcuna aspettativa riguardo ai soldi, le foto venivano pagate in base alle dimensioni nelle quali venivano pubblicate e a volte prendevo solo 5 sterline – ero “economico”. I primi anni sono stati abbastanza duri: per un po’ ho vissuto in uno squat, e per diversi anni non ho avuto l’auto.

C’è qualcuno che hai fotografato che ha un’immagine completamente diversa da come tu lo conosci?
Così su due piedi non mi viene in mente nessuno ma, come puoi immaginare, non sai mai veramente come le persone sono nella realtà. Mi resta anche un po’ complicato dirlo, perché spesso, soprattutto per quelli con i quali ho lavorato per anni, le mie foto sono diventate la loro immagine e quindi ne ho l’immagine di come loro sono per me, con le mie fotografie.

Ti sei mai rifiutato di lavorare con un artista?
Sì, con tutti coloro dei quali non mi prendeva la musica. Ho rifiutato due volte di lavorare con i Depeche Mode, agli inizi degli anni 80, per questo motivo. Nel 1981 feci con loro la copertina del «New Musica Express», poi per cinque anni mi hanno inseguito e io mi sono sempre rifiutato di lavorare con loro – troppo pop per me. Ho deciso di iniziare una collaborazione solo dopo che Daniel Miller della Mute [la loro casa discografica, ndr] mi ha chiesto di fargli un video in America. E io ho accettato non perché mi piacesse la canzone, ma perché mi incuriosiva l’idea di fare il video in America. Non lo avevo mai fatto prima di allora

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