Il delirio organizzato: tre domande a Gianni Leone del Balletto di Bronzo

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Uno dei personaggi chiave del Prog in un’intervista mozzafiato

Ancora e forse più di ieri, Gianni Leone è un divo. Lo è sia che cammini per la strada, ordini un piatto vegetariano al ristorante o si esibisca sul palco con un timbro, un’estensione vocale e una padronanza della voce che fanno venire i brividi, una incredibile bravura e sicurezza alle tastiere e con gli altri strumenti, e una teatralità ogni volta rinnovata, fatta di glam, abiti unici, trucco, invenzioni, movimenti e comunicazione col pubblico che va ai suoi concerti come si recasse a un rito

Un estratto dell’articolo di Susanna Schimperna comparso su Vinile 19, in edicola.

L’aggettivo che viene spontaneo accostargli è “esagerato”, e lui ne sorride citando Oscar Wilde: “L’arte, per se stessa, è una forma di esagerazione”.  Questo indiscusso maestro del prog non si fa certo spaventare dagli attacchi. Ci è abituato. Da sempre. “Le mie zie e mia madre mi raccontano che fin da bambino avevo la smania di sovvertir le regole. Volevo andare all’asilo con la biancheria sopra e il resto sotto, per provocare. È la mia natura. L’Italia era (ed è) repressiva e cattolica e altrettanto lo sono state la mia famiglia, soprattutto mio padre, e la scuola”.

“Quando passai dal pianoforte classico ai gruppuscoli di dilettanti, avevo solo undici anni e già mi vestivo in modo particolare, ma esplose tutto dopo i quattordici: cercavo di imporre il mio modo di essere, e vestire come volevo io mi era indispensabile. Prendevo gli inchiostri colorati per tinteggiare le camicie tradizionali, andavo nei negozi d’arredamento a comprare velluti strani per farmi pantaloni con la vita bassissima, attillati fino al ginocchio e larghissimi fino alle caviglie”.

Si favoleggia molto del periodo tra la metà degli anni 60 e la metà dei 70, che sono poi quelli che hanno visto la nascita del prog e del Balletto di Bronzo. Cosa rimpiangi di quei tempi?
È un periodo mitizzato, pieno di lati negativi. La tv aveva solo due canali in bianco e nero, con la tetraggine dei Tg, c’era l’austerity, la moda non era di moda, tutto quello che esulava dalla norma era trasgressivo, era difficile mantenere la tua identità, era una battaglia continua.

Ma quando incontravi qualcuno come te, non potevi sbagliare: era un lottatore che si era messo contro la famiglia, la società, tutti. Oggi però tutto sembra normale, e se quello era oscurantismo, repressione, questa è follia. All’epoca l’esperienza con la droga aveva una sua valenza, si pensava che aprisse la mente, amplificasse la creatività, c’erano i supporti culturali. Adesso c’è questo abominio dello sballo in un’età in cui noi giocavamo col trenino, ci si sballa e non si sogna nemmeno, è come prendere una martellata in testa e barcollare.

Io avevo tredici anni e nei gruppi in cui suonavo erano tutti di almeno due o tre anni più grandi di me, ed evidentemente erano persone giuste, perché feci questa esperienza nel modo più sereno e allegro immaginabile, aiutato anche dalla mia natura virginea a non restarne coinvolto, men che mai dipendente.

Tre anni di delirio, sesso, droga e rock & roll

Siamo nel 1971, il Balletto ha già pubblicato il 45 giri Neve calda e il 33 giri SIRIO 2222, con musica rock blues. Tu entri e andate a vivere in un casale a Rimini. Tre anni di delirio. Davvero sesso, droga e rock & roll. Solo? Di più. Eravamo proprio sfrenati. Più che altro io e il batterista, perché gli altri avevano ragazze fisse con cui convivevano, per esempio Lino Ajello aveva una fidanzata svedese che è poi diventata la prima di tre mogli, tutte svedesi perché a un certo punto lui si trasferì in Svezia. Dicono di liti tra noi, per niente. Siamo tuttora molto amici. Le povere fidanzate non si aspettavano quella bolgia, quindi malumori… giustificatissimi. Io avevo addosso donne e uomini, ma ero libero. Donne e uomini, sì, perché ero efebico non avevo nemmeno la barba.

Erano situazioni estreme, la normalità era l’eccesso. Una notte il batterista prese la nostra auto, quella che usavamo per gli spostamenti, e strafatto fece correndo come un pazzo tutto il lungomare, cappottò, lasciò lì la macchina. Si guidava senza patente, non ce l’aveva nemmeno lui. Quando tornò al casale nessuno disse niente, perché di episodi così ce n’erano continuamente. Storiacce, furti, si tornava dai concerti e nei letti si trovavano persone di ogni genere, non si pensava a mangiare né a dormire, bisognava farsi e suonare. Io ero molto giovane e stavo appena cominciando a capire che fosse il sesso, ma, come in tutto, una volta iniziato non vado piano ma a duemila, salvo poi capire a che punto è il mio equilibrio.

Così il delirio, seppure organizzato (come lo definisce bene Gianmaria Consiglio nel suo libro Il Balletto di Bronzo e l’idea del delirio organizzato, ed. Eclysse), mi stufò. Andò via prima il bassista Vito Manzari, poi Ajello. Rimasti soli, io e Gianchi (Giancarlo Stinga) cominciammo a raccattare musicisti ovunque per suonare, pure gli autostoppisti. Chiedevamo: dove vai? a Milano? hai la patente? sai suonare? salta su e guida, poi sentiamo come suoni. Incidemmo in due l’ultimo 45 del Balletto di Bronzo, Donna Vittoria, che ancora mi piace (ispirato alla moglie dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone) e La tua casa comoda, che era una canzone sciocchina, ma mi consentì di capire che potevo diventare solista, perché lì suonai tutto io, pure la batteria.

A marzo ’72 il Balletto di Bronzo registra il secondo album, YS, il cui brano omonimo è considerato da molti il capolavoro del prog. Perché i brani, tutti tuoi, sono firmati da una donna?
Ero un ragazzino, non iscritto alla Siae. Questa anziana signora napoletana, mai incontrata né allora né poi, mi fece allora da prestanome, con l’intesa che i diritti arrivassero tutti a lei ma ce ne avrebbe data una parte. Negli anni 90 mi arrivò voce che il Balletto fosse diventato famoso nel mondo, quindi mi caricai e chiamai la signora, dicendole che poteva tenersi i diritti ma avrei voluto vedere il mio nome sull’album. Trovai una persona gentile che in dialetto napoletano mi disse “Vabbe’ guagliò, aggio capito” e seguì il suggerimento della Siae per risolvere la faccenda: firmò un documento in cui si autoaccusava. Non servirono avvocati.

Mi riappropriai della paternità e ufficialmente, nel ’95, tornai con la formazione Il Balletto di Bronzo, tenendo a Terni, a ottobre, il primo concerto. Vidi gente arrivare da tutta Italia e mi sembrò un miracolo. Ancora più stupefacente quando fui chiamato negli Stati Uniti. Per anni non avevo fatto promozione, ignoravo che avessimo ancora tanto pubblico. All’estero eravamo accolti in modo pazzesco. Locali pieni, a Tokyo gente che veniva all’aeroporto col mio disco in mano. Una parte di me ne soffriva: dove eravate quando io negli anni 80 odiavo la musica e non toccavo nemmeno la tastiera?

L’intervista completa su Vinile 19, che si può comprare qui.

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