Tenderness: l’intervista a Duff McKagan

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Il bassista del Gruppo più Pericoloso al Mondo ci spiega come si fa a schivare la morte, liberarsi dall’alcolismo e rimarginare vecchie ferite.

Per ora, nella sua vita c’è un album solista. Ma presto, forse, anche un nuovo disco dei Guns N’Roses.

Un estratto della lunga intervista che si può trovare su Classic Rock 79, in edicola e online!

Duff McKagan è tornato dove tutto ebbe inizio per il più grande gruppo rock’n’roll della sua generazione: Los Angeles, California. Lì, nel 1985, a 21 anni Duff diventò il bassista dei Guns N’Roses, e lì, due anni dopo, io intervistai per la prima volta il gruppo. McKagan vive a Seattle, dove è nato e cresciuto, e si trova a Los Angeles per promuovere il suo disco solista TENDERNESS.

Hai intitolato il tuo disco TENDERNESS. Pensi che sia la tenerezza ciò di cui il mondo ha più bisogno oggi?
Credo che questo sia il periodo più straordinario delle nostre vite. Quando l’America si unisce, come ad esempio accadde per l’11 settembre, nessuno ti chiede per chi hai votato. Ma ora accendo la tv e vedo solo persone che si urlano addosso. L’America che conosco è diversa. Allora, che facciamo? Cosa fai quando il mondo impazzisce? Ho scelto di scrivere una specie di disco curativo. E credo che assieme ce la faremo ad andare avanti.

Credi che ci aspettino tempi migliori?
Ho scritto questo disco mentre ero in tour con i GN’R. Non riesco a restarmene in albergo. Esco. E parlando con la gente in ogni parte del mondo, mi viene la speranza. I Guns N’Roses suonano per tutti. Tutti uniti sotto il riparo del rock’n’roll. Forse è questo che mi dà speranza.

Qual è il disco punk che ha avuto più influenza su di te?
Ho adorato DAMAGED dei Black Flag. An-che (GI) dei Germs mi colpì molto: quel disco cambiò il corso del punk rock USA. Ma ascoltavo anche gli Stones, gli Zeppelin, e il r&b – Marvin Gaye e Prince.

A fine anni 80 dicesti che 1999 di Prince era il miglior disco del decennio, e che aveva avuto un profondo effetto su di te.
Fu un punto di svolta nella mia vita. Quando quel disco uscì, nel 1982, avevo 18 anni. I punk dei sobborghi avevano iniziato a radersi la testa e picchiarsi ai concerti, a fare il saluto nazista e altre cazzate del genere – rovinando il punk rock negli USA. E a Seattle girava un sacco di eroina. Il gruppo in cui stavo, 10 Minute Warning, fu messo sotto contratto dalla Alternative Tentacles, l’etichetta di Jello Biafra, il cantante dei Dead Kennedys. Sembrava che fossimo destinati al successo, e a quel punto l’eroina entrò nel gruppo e lo distrusse.

Io mi ero rimesso a bere, diciamo un po’ più del solito. Ma i miei amici iniziarono a bucarsi. La mia ragazza si faceva, i miei coinquilini si facevano. Sembrava che la droga mi stesse accerchiando. Poi uscì 1999 e diventò la mia colonna sonora. CONTROVERSY, il disco di Prince del 1981, mi era piaciuto. Era stato bello. Un mix di punk rock e Sly & the Family Stone. E con 1999 m’immersi ancora di più nei brani. Era quello che dovrebbe essere la musica – il tuo rifugio, il tuo migliore amico, la tua fuga… Fu grazie a quel disco che decisi di andare a LA.

Cosa ti ricordi di più della realizzazione di APPETITE FOR DESTRUCTION?
Lavorare con Mike Clink. Finalmente, avevamo trovato un produttore che diceva: “Voglio registrarvi esattamente come suonate. Nulla di più”. E aveva senso. Se ascolti quelle tracce base, è come averci in sala. Era perfetto. E imparammo come va scritta una canzone valida. Avevamo dei riff potenti, ma come passavi al riff dopo? E dove metti le voci? Sul disco, se ascolti bene, cogli tutte le piccole connessioni tra le varie parti. E quella è una cosa che abbiamo dovuto imparare.

Leggi l’intervista integrale su Classic Rock 79!

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