GIGATON: il nuovo album dei Pearl Jam

A quasi 7 anni da LIGHTNING BOLT, la band di Eddie Vedder torna con GIGATON, un album coraggioso che scava nel passato per parlare del presente.

GIGATON, il nuovo album dei Pearl Jam prodotto da Josh Evans, è uscito il 27 marzo 2020, dopo quasi 7 anni dall'ultimo lavoro in studio. L’attesa era molta, anche se la band di Eddie Vedder ci aveva già dato qualche anticipazione.

Prima di tutto, era comparsa la copertina del disco, una fotografia scattata dal biologo Paul Nicklen ritraente la calotta di ghiaccio del Nordaustlandet. In contemporanea, la band aveva rivelato il titolo e i suoi riferimenti al Gigatone, un'unità di misura di massa equivalente a un miliardo di tonnellate, usata in climatologia per quantificare il distacco di ghiaccio ai poli.

Poi, i Pearl Jam avevano diffuso Dance of the Clairvoyants, un pezzo funk rock con richiami alla musica new wave, che faceva emergere il desiderio della band di aggiornarsi e rinnovarsi e lasciava presagire un lavoro di sperimentazione molto diverso da quelli già compiuti in precedenza.

In realtà, se si ascolta il nuovo disco, sono poche le tracce davvero sperimentali. GIGATON si mantiene su un impianto abbastanza classico, tradizionale, che vede protagonisti chitarra, basso e, naturalmente, la voce potente di Vedder. D’altra parte, va bene così, non che ci si aspettasse (né si volessero) grandi cambiamenti. I Pearl Jam restano spontanei, genuini, sebbene non particolarmente graffianti e incisivi.

Il disco, che si compone di 12 tracce, alterna pezzi rock a ballate più folk che, nei dischi dei Pearl Jam, non sono mai mancate. La band di Seattle, dunque, ripropone il proprio repertorio passato per riflettere sul presente, un presente fatto soprattutto di resistenza e coscienza sociale e ambientale, come sottolineato già dal concept grafico dell'album.

Who ever said it’s all been said gave up on satisfaction.

Si parte con un vivace e deciso pezzo rock che invita, come il successivo Superblood Wolfmoon, ad alzare la testa e andare avanti. Nonostante la disperazione dei tempi che corrono, una disperazione che sembra aver "portato via tutto", la volontà è quella di aprirsi al futuro.

La già discussa Dance of the Clairvoyants si distingue per le sue sonorità, ma il messaggio che propone è grosso modo lo stesso: "stand back when the spirit comes", "arrenditi, lascia che la vita scorra". Il videoclip di Dance of the Clairvoyants traduce le parole in immagini: una carrellata di vedute del pianeta di cui dovremmo prenderci cura, mentre affrontiamo la vita di tutti i giorni. Nonostante il verso "That’s not a negative thought, I’m positive. Positive. Positive", la preoccupazione della band per le sorti del mondo è evidente.

Di fronte a un mondo impazzito, dunque, la voglia di fuga è molta. Ecco allora l'energica Quick Escape, che omaggia Kashmir dei Led Zeppelin nel riff iniziale e Freddie Mercury nel testo.

La voce di Vedder, accompagnata dal basso di Jeff Ament, racconta un lunghissimo viaggio fatto per "trovare un posto in cui Trump non aveva ancora fatto una cazzata". L'attualità si fa strada in un brano che più che, con i suoi riferimenti a Queen e Led Zeppelin, più di ogni altro omaggia il passato.

Il ritmo rallenta con le canzoni successive: Alright e Seven O’Clock. Una parentesi folk che non manca di richiamare nuovamente l'attualità, in particolare il presidente degli Stati Uniti, denominato, a differenza del leader Sioux Sitting Bull (Toro Seduto), Sitting Bullshit.

Then there's Sitting Bullshit as our sitting president
Talking to his mirror, what's he say, what's it say back?
A tragedy of errors, who'll be the last to have a laugh?
His best days gone, hard to admit
Throwing angry punches with nothing to hit.

Con Never Destination, un R&B pieno di rabbia, comincia la seconda parte del disco. La carica che la band trasmette con i propri brani è tutta per Chris Cornell, ex leader dei Soundgarden, a cui il gruppo dedica Take the Long Way.

Poi, di nuovo due ballad: Buckle Up e Comes then Goes. La seconda, in particolare, che vede la chitarra acustica assoluta protagonista accanto alla voce, evoca l'Eddie Vedder solista di INTO THE WILD e UKULELE SONGS. Non dispiace, anche se sa di già sentito, come un musicale déjà-vu. Un brano che ricorda una seconda volta la scomparsa di Chris Cornell, ma che estende la tristezza che "viene e poi va" a tematica universale.

Penultima traccia dell'album, Retrograde è invece una ballad dal suono pieno e pulito che accompagna alla tristezza la voglia di reagire, di dire (coincidenza?) che "andrà tutto bene". 

Stars align they say when things are better than right now
Feel the retrograde spin us round.

Chiude l'album River Cross, una traccia lenta e malinconica, che i Pearl Jam avevano già trasmesso in occasione del Super Bowl 2020. Il brano non aggiunge nulla di nuovo a quanto già espresso negli 11 che lo precedono. Vedder si scaglia contro il governo americano, che prospera sul malcoltento della gente, per poi chiudere, tra organi e vocalizzi, con l'ennesimo invito a combattere.

Live it out
Let it out.
Get it out
Shout it out...
Share the light
Won't let us down.

In definitiva, GIGATON non è un disco particolarmente innovativo in quanto a musica e testi. Eppure piace, e molto. I Pearl Jam non passano oltre il loro repertorio, ma se ne servono per indagare il presente, rimanendo fedeli a loro stessi, spontanei, a loro modo coraggiosi.

Ci regalano, in tempi bui, il loro personale "raggio di luce da condividere".

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