“What I’d Say”: quando Ray Charles salvò la serata

Nel 1958 Elvis stava prestando il servizio militare e la NASA lanciava nello spazio il suo primo satellite artificiale. Nel dicembre dello stesso anno, Ray Charles improvvisava What I'd Say, destinata a un enorme successo.

Quella sera Ray Charles e i suoi stavano suonando a Pittsburgh: la sala era piena di gente che aveva solo voglia di ballare e che sarebbe rimasta fino all'una di notte, orario di chiusura. 

La gig era incominciata alle 9 di sera, e dopo quasi quattro ore Ray Charles aveva già suonato Baby, Let Me Hold Your Hand I Love You, I Love You (I Will Never Let You Go), i primi singoli usciti a cavallo tra 1949 e 1950, ma anche brani degli ultimi anni, come I Got A Womanla hit che aveva dimostrato a tutti cosa Ray Charles era capace di creare.

Ma, come raccontò poi in un'intervista a David Letterman anni dopo, a venti minuti dalla fine del concerto Ray Charles e i suoi non avevano più pezzi da suonare. E a quei tempi ne andava del guadagno dell'intera serata: se non avessero coperto tutte le ore a disposizione, non sarebbero stati pagati

Come si dice, la necessità è la madre delle invenzioni, e ciò che accadde quella sera ne è un esempio calzante: Charles si assicurò che i suoi musicisti lo seguissero, che le coriste ripetessero ciò che diceva - "non importa cosa" - e inventò di sana pianta What I'd Say

La musica coinvolse la folla al punto che dopo il concerto tutti volevano sapere come si chiamasse quel brano, ma soprattutto durante la gig nessuno riusciva a stare fermo. In certi punti del testo sembra che Charles stesso si ispirasse a quell'atmosfera, sicuramente percepibile anche senza poterla vedere - Ray Charles perse la vista da bambino, per un glaucoma o per un'infezione.

"Ho una canzone, non so neanche di cosa parla, ma sta facendo impazzire la gente"

Con queste parole Ray Charles si rivolse a Jerry Wexler per annunciargli il nuovo brano, che nel frattempo aveva continuato a proporre per molte sere di seguito, ottenendo sempre il visibilio della gente. 

La canzone venne registrata in poco tempo e seguirono altre versioni, tra cui quella appena condivisa, in cui a poco più della metà gli altri musicisti protestano vivamente perché Ray Charles non sembra volersi fermare dopo gli “appena” quattro minuti del pezzo: dopo qualche istante la musica riprende e coinvolge di nuovo tutti quanti.

Il brano venne criticato per alcune voci che alludevano ai “dolci suoni dell’amore”, come li chiamò poi Ray Charles quando difese la sua canzone dicendo che chi non capiva What I’d Say, probabilmente non era abituato a quelle effusioni.

Inoltre, la fusione con il rock and roll e l’R&B creava attriti anche con la comunità afroamericana – che lamentava l’avvicinamento del gospel agli ascoltatori bianchi, o ai musicisti laici, attraverso l’R&B – e il pezzo creava sempre una frenesia estatica tra il pubblico che lo ascoltava, tanto che gli organizzatori degli eventi in cui Ray Charles e i suoi si esibivano arrivarono a chiedere l’intervento della polizia per il rischio che tale frenesia sfociasse in qualcosa di grave.

In ogni caso, il successo di What I’d Say fu enorme e superò i confini americani: oggi è una delle canzoni più conosciute di Ray Charles e uno degli aneddoti preferiti dei suoi fan!

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