I Pink Floyd avrebbero potuto fare rap (e altri momenti in cui il rock rischiò grosso)

Chi è che muove i fili del destino? Cosa succederebbe se realtà musicali imprescindibili nel nostro immaginario non fossero mai esistite o si fossero dissolte dopo irreparabili incidenti di percorso? Queste domande incuriosiscono e forse spaventano, ma sono parte integrante delle storie di quattro protagonisti rock.

Elvis Presley 

Ufficiale e gentiluomo, Elvis The Pelvis rispose con ligio dovere alla chiamata dell’esercito americano. Il 24 marzo 1958, Presley venne arruolato all’ufficio di leva della M&M di Memphis, iniziando il suo servizio militare di due anni, tra basi in Arkansas e Texas, fino a una migrazione europea in Germania come carrista. Qui conobbe le anfetamine e Priscilla Beaulieu, sua futura moglie, ma tutto questo, così come la brillante carriera da rock star, non sarebbe mai stato possibile se le cose fossero andate diversamente.

Elvis, infatti, pose la sua firma sulle liste di coscrizione nel 1953, appena compiuti 18 anni. A quell’epoca non esisteva ancora un papabile King del rockabilly, ma solo un bravo studente che, proprio per questo motivo, ricevette un rinvio del suo servizio. E pensare che se Elvis si fosse arruolato nel 1953, sarebbe stato mandato a morire con altre decine di migliaia di Americani che combattevano sul Pacifico l’ultimo anno della Guerra di Corea. Ma ognuno ha scritto da qualche parte il suo destino, e quello di Elvis era di dominare il rock.

John Lennon

Cristianesimo e rock ‘n roll. Sacro e profano. Liturgia della Bibbia e parola di John Lennon. Ecco, queste due dimensioni si scontrarono il 4 marzo 1966, quando Maureen Cleave, sulla testata «Evening Standard», pubblicò una celebre dichiarazione del beatle: I Beatles sono più popolari di Gesù Cristo adesso. Non so chi morirà per primo. Il Rock and Roll o il Cristianesimo. E in quel momento l’Inghilterra non diede particolare peso all’affermazione dissacrante di Lennon, cogliendone il naturale british humor e la riflessione contemporanea.

Il caos si generò piuttosto negli Stati Uniti, che stavano aspettando con trepidazione il tour americano dei Beatles. E se la East Coast della Summer Of Love incontrava il libero pensiero della Swinging London, gli stati meridionali degli USA innalzarono i loro forconi. Pervasi da un fanatismo religioso e da una chiusura culturale, cominciarono una campagna distruttiva nei confronti dei Beatles. Con tanto di disc jokey dell’Alabama che, accanto ai loro colleghi esaltati, bruciavano dischi e merchandising della band. Le scuse di Lennon e il perdono del Vaticano placarono gli animi, ma si trattò di un boicottaggio potenzialmente pericoloso per i Fab Four.

Tony Iommi

Nel 1968 le atmosfere cineree e spettrali di Birmingham fanno da sfondo a una rete di acciaierie che consolidano l’economia della città inglese. Qui cresce Tony Iommi, futuro chitarrista di una delle band pioniere dell’heavy metal: i Black Sabbath. Tuttavia a poco meno di vent’anni, come tanti suoi compaesani coetanei, lavora in acciaieria. E una sera di queste, a un passo da un papabile futuro nei fiabeschi Jethro Tull, la sua mano destra finisce sotto una pressa. Perde così le falangi del dito medio e dell’anulare, che fa vibrare sulle corde della sua Stratocaster.

Cade in un profondo stato di depressione, che avrebbe per sempre potuto fargli rinunciare alla musica. Tuttavia è propizio un disco ricevuto in regalo. Il suo cantautore e chitarrista è Django Reinhardt che, sul finire degli anni venti, si ustionò l’anulare e il mignolo della mano sinistra in un incendio, con una  menomazione che rischiò di fargli abbandonare la sua amata chitarra. Ma il talento e la determinazione di Django lo condussero verso il successo. Lo stesso che apre le porte a Iommi e al neonato heavy metal.

Pink Floyd

Pink Floyd e Hip Hop. Sembra una combinazione inusuale di parole, ma queste due realtà musicali avrebbero potuto incontrarsi in un album sul finire degli anni Ottanta. Stiamo parlando di A MOMENTARY LAPSE OF REASON (1987), il primo disco successivo all’abbandono di Roger Waters, nel 1985, e legato all’indomito bassista da una figura peculiare, il produttore Bob Ezrin. Quest’ultimo aveva infatti lavorato con la band sul testamentario THE WALL (1979), per poi raccogliere i cocci post Waters sette anni dopo. Così Ezrin arrivò dal frontman David Gilmour con una proposta rivoluzionaria per l’album: introdurre il rap.

Ad affascinarlo era stata la scena emergente hip hop a fine anni Settanta, iniettata tra le strade del Bronx e capitanata da Dj Africa Bambaataa. Tuttavia Gilmour non ci pensò due volte, dicendo “Oh mio Dio, sarebbe terribile” e ricacciando i sogni utopici di Ezrin alla fonte. Non ci sono quindi tracce di rap nell’album, se non per qualche sfumatura decisa di drum machine. I Pink Floyd potevano dunque essere gli avanguardisti pionieri della fusione tra rock e rap. Tuttavia, nonostante la loro abilità camaleontica, quella veste non avrebbe donato loro, sfregiando l’eterna eredità della loro musica.

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